Quando i ruoli familiari non sono definiti: “Gioventù bruciata”.

A proposito di ruoli familiari, vi ricordate “Gioventù bruciata” di Nicholas Ray?

E’ un film drammatico del 1955 che affronta i temi dell’incomunicabilità delle generazioni e delle problematiche giovanili.

La trama del film è conosciuta:

Jim (interpretato da James Dean) è un ragazzo diciassettenne che da poco si è trasferito con la famiglia in città. Il carattere ribelle lo caccia spesso nei guai.

Un giorno viene fermato dalla polizia per ubriachezza molesta. In centrale parla con il comandante, al quale spiega le sue ragioni e confida le difficoltà di comunicazione con i genitori. Il comandante si dimostra comprensivo con lui, tanto da suggerirgli di passare a trovarlo tutte le volte che sente la necessità di parlare con qualcuno.

Nelle ore successive Jim diventa amico di Plato (Sal Mineo) e Judy (Natalie Wood), conosciuti alla stazione di polizia.

A scuola Jim viene preso di mira da un coetaneo di nome Buzz (Covey Allen) che lo provoca in diverse occasioni, fino a quando una sera lo sfida a correre in auto verso un precipizio e a lanciarsi dalla maccchina il più tardi possibile.

GENITORI E FIGLI HANNO RUOLI DIVERSI

Ora vorrei spostare l’attenzione su una particolare scena del film.

Jim è in camera sua, a letto. Non sa cosa fare. Buzz lo ha sfidato nel tratto di scogliera chiamato il “precipizio dei pini”: se quella notte non si presenta penseranno che è un “coniglio”; se si presenta rischia la vita.

Il dilemma della scelta lo tormenta.

Entra in camera il padre, Jim pensa di chiedere consiglio a lui. La richiesta è chiara:

Immagina di dover fare qualche cosa. Di dover andare in qualche posto e fare una certa cosa che tu sai che è molto pericolosa, ma si tratta di una questione d’onore, e ti ci hanno costretto. Come ti regoleresti?

Il padre non risponde, prende tempo.

Non prenderei una decisione affrettata. Aspetta un momento, cerchiamo intanto di vederci meglio.

Il padre accende la luce e si accorge che Jim indossa una camicia sporca di sangue. Gli chiede spiegazioni. Capisce che il figlio si è cacciato in un pasticcio e che la domanda non gli è stata rivolta a caso.

Con tono diretto, Jim, per la seconda volta, chiede al padre di rispondere alla sua domanda.

Il padre per la seconda volta tergiversa.

Detesto le decisioni affrettate, sono di quelle circostanze in cui non si può… dire così, su due piedi (…). Bisogna prima considerare tutti i pro e i contro.

Jim ribatte che non c’è tempo. Le soluzioni del padre non risolvono il suo dilemma: scrivere su un pezzo di carta i pro e i contro oppure chiedere consiglio a qualcuno.

Jim continua ad essere molto preoccupato: cosa si può fare in una questione d’onore?

Per la terza volta, ora alzando il tono della voce, si rivolge al padre dicendo:

Voglio una risposta precisa! Vuoi proibirmi di andare?

Jim chiaramente sta chiedendo al padre di prendere una posizione, di assumere il ruolo di genitore.

Il padre in risposta lo tratta come un coetaneo, non legittimando il suo ruolo di figlio:

Jim, io non ti ho mai proibito nulla. Tu hai un’età meravigliosa, fra dieci anni quando ripenserai a questo episodio, ti ci verrà da ridere.

Jim non ci sta, dietro la sua domanda, al di  là del contenuto, c’è in gioco tanto altro, ma il padre non capisce.

Jim gli chiede ancora, per la quarta volta, di prendere posizione:

Dieci anni? Ho detto ora, mi serve una risposta ora, subito!

Padre e figlio litigano.

Jim infuriato esce dalla camera. Ha scelto da solo: è diretto al “precipizio dei pini” dove il suo destino lo attende.

 

AUTORIZZARSI AD ESSERE GENITORI

In più di una scena del film “Gioventù bruciata” il regista Nicolas Ray mette in luce le difficoltà di comunicazione e le tensioni all’interno della famiglia di Jim.

Mi sono soffermata a descrivere questa scena in particolare, per sottolineare un concetto importante: non è sufficiente mettere al mondo un figlio per sentirsi genitori, ma ciascun genitore è chiamato nel tempo a legittimarsi in questo ruolo, assumendone in prima persona la responsabilità.

Nel film il padre, anziché parlare al figlio dalla posizione di genitore, ossia di adulto che si prende cura della nuova generazione, evita la discussione, non risponde chiaramente alla domanda del figlio. Dal racconto della storia di questa famiglia sappiamo che si tratta di un modus operandi: in passato tutte le volte che Jim si è messo nei pasticci, i genitori hanno risolto il problema traslocando, cambiando città, detto in altri termini, spostando il problema, anziché risolverlo.

Non ci è dato sapere come mai il padre di Jim non si sente all’altezza del ruolo genitoriale di padre.

Non sappiamo nemmeno che figlio è stato, quali modelli genitoriali si porta dentro e lo vincolano al suo personale modo di sentirsi padre.

Una cosa è certa: il lavoro di legittimazione del ruolo di genitore si costruisce sia a partire dalla storia di figli che ci portiamo appresso sia dalla lettura dei segnali che i nostri figli ci trasmettono nel presente.

La terapia familiare può essere un buon contesto nel quale affrontare difficoltà simili a quelle della famiglia di Jim.

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Mara Vesco

Sono una psicologa, mi appassionano le storie e le emozioni che accompagnano ogni vita, rendono unico ogni essere umano e il suo contesto familiare. Credo nel cambiamento e nell'importanza della comunicazione come strumento per migliorare la relazione con noi stessi e con gli altri. Lavoro da anni con le famiglie, in particolare mi occupo di disabilità visiva e di genitorialità. Seguimi su Google+