Il dio greco che soffriva di attacchi di panico

Silvia posò il piede sul primo scalino, senza quasi accorgersene.

Mentre saliva la breve rampa di scale che la conduceva in aula, cercava di ricordare i punti salienti dei libri di testo che aveva studiato negli ultimi mesi.

Stava per entrare in aula, in sottofondo sentiva il ronzio dei presenti all’esame orale, voci indecifrabili, come una radio non sintonizzata sul canale giusto, un po’ come si sentiva lei quel giorno.

Fuori era una giornata d’inverno, uscita di casa aveva sentito l’aria gelida sulla pelle e gli occhi quasi le bruciavano per il freddo, camminava a passo spedito, intanto la neve scendeva copiosa sulla città.

Quando era bambina aspettava con trepidazione l’arrivo delle prime giornate invernali. Le corse in mezzo alla neve, i guanti di lana bagnati, il calore del suo corpo sotto il piumino, le risate di cuore con gli amici e il piacere della casa calda mentre fuori nevicava, tutto questo la riempiva di gioia, una gioia innocente e corposa.

Anche quella mattina nevicava, ma il suo cuore non era spensierato come da bambina.

La notte era passata quasi insonne, il pensiero dell’esame che avrebbe dovuto sostenere il giorno seguente non l’aveva lasciata riposare bene.

Giunta in aula aveva dato una rapida occhiata di perlustrazione, per vedere se c’erano dei posti a sedere rimasti vuoti, andò a sedersi in terza fila, abbastanza lontano per riuscire a ripassare mentalmente i suoi appunti e non troppo vicino da ascoltare le domande dei docenti, cosa che per lei equivaleva a una lenta agonia.

Fecero l’appello.

Un’ora passò.

Ogni tanto Silvia si alzava, usciva dall’aula per andare a passeggiare in corridoio, poi rientrava.

Ancora tre persone, poi finalmente sarebbe arrivato il suo turno.

Il tempo passava molto lentamente.

Cosa sono due ore paragonate al tempo di una vita? Nulla, ne era consapevole, ma questo pensiero non la tranquillizzava affatto.

Il suo momento si stava avvicinando, a brevissimo l’avrebbero chiamata.

Sotto il tavolo le gambe le tremavano. Ripeteva a bassa voce parti del testo, più che altro per tenere la mente occupata.

Le mani erano fredde, come gli capitava sempre quando era in tensione.

Immaginò che in aula non ci fosse nessuno e di essere da un’altra parte, nella speranza di riuscire a superare quel tremendo stato di disagio che le attanagliava il cuore.

Il suo corpo, quel corpo di cui normalmente quasi non se ne accorgeva, ora le pareva meccanico, come se avesse perso la naturalità dei movimenti e necessitasse di olio nei suoi ingranaggi.

Finalmente il docente pronunciò il suo nome, lo udì rimbalzare sulle pareti dell’aula, poi all’improvviso…

Era lì, ferma, impietrita, sentì salire dentro di sé un’ansia incontrollabile: la gola si chiuse; i battiti del cuore parevano impazziti, aumentarono a dismisura, tanto da farle eco nel petto; cominciò a tremare, anche dentro. Si sentì gelare. Le mancava il respiro.
Iniziò a sudare freddo; tutta la sua attenzione si concentrò sulla paura di non riuscire ad alzarsi dalla sedia, ad arrivare fino alla scrivania, ad esprimersi, a ricordare.

Tutta d’un tratto si trovò catapultata dentro una forza paralizzante e le sembrò di vivere un’esperienza dannatamente pazzesca.

Hai mai vissuto un’esperienza simile a quella di Silvia?
Come ne sei uscito?
Cosa consiglieresti alla protagonista della storia?

Ho scritto questo breve racconto per provare a descrivere l’esperienza umana e, come vedremo a breve, divina, conosciuta come “attacco di panico”.
Si tratta di un’esperienza tremenda, in grado di sollecitare, dopo la sua prima manifestazione, una vera e propria ansia anticipatoria, che induce a mettere in atto tutta una serie di strategie, volte ad evitare le situazioni che potrebbero sollecitare il ritorno dell’attacco di panico.

L’attacco di panico di solito è considerato come qualcosa di oscuro, di assurdo, di misterioso, da tener nascosto, vissuto quasi come se fosse una colpa. Ecco allora che la paura genera un’altra paura, la paura di parlarne, per non mostrare le proprie debolezze.

E se ti dicessi che nell’antichità chi soffriva di attacchi di panico era un dio greco, un figlio degli dei, rispettato e valorizzato? Sì, è proprio così.

Aspetta, lascia che ti racconti un’altra storia.
Seguimi.
La parola “PANICO” trae origine dalla divinità greca “PAN”, considerato un dio potente e selvaggio, raffigurato con sembianze spaventose, metà uomo e metà caprone.

Il dio Pan viveva nei boschi, correndo e danzando con le ninfe protettrici e pascolando le sue greggi. In sostanza rappresentava sia il divertimento sia l’istinto e la forza selvaggia e dirompente della natura.

La leggenda narra che di notte spaventasse con rumori terrificanti i viandanti che si avventuravano nel bosco.

Non solo, alcuni racconti ci dicono che lo stesso Pan venne visto fuggire per la paura da lui stesso provocata. Ebbene sì, hai letto bene, un antico dio greco che scappa spaventato, in preda agli attacchi di panico!

Arrivato fin qui avrai compreso che se anche un dio greco, onorato e rispettato, soffre di attacchi di panico…

Bene, penso che tu abbia capito il senso…

Senza dilungarmi troppo nello spiegare la storia del dio Pan, voglio invece concentrarmi sul fatto che i viandanti e, come abbiamo visto, la stessa divinità greca, alla stregua di coloro che soffrono di attacchi di panico, si sentono come una preda, ossia senza via di scampo, imprigionati da UNA FORZA INCONTROLLABILE DELLA NATURA CHE LI GOVERNA.

Cosa voglio dire con questo?

La perdita di controllo su quanto avviene, la sensazione di non familiarità con ciò che sta accadendo, permettono di equiparare l’attacco di panico alla forza della natura, nella personificazione del dio Pan, che si manifesta all’improvviso.

Come I VIANDANTI SI PERDONO NEL BOSCO e sono spaventati dai sordi rumori che odono nella notte, anche coloro che soffrono di attacchi di panico vivono una situazione in cui PERDONO IL SENSO DI IDENTITA’ e sono sopraffatti da emozioni e sensazioni fortissime e incontrollabili.

Per concludere, come ben puoi comprendere, ora puoi scegliere.

Puoi decidere se è giunto il momento di “vedere” coraggiosamente, in uno spazio protetto, ciò che ti terrorizza e ti fa soffrire, correndo il rischio di incontrare la forza istintuale e l’ignoto che ognuno di noi si porta dentro, ma con l’obiettivo di trasformare la forza panica in conoscenza di Sè.

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Mara Vesco

Sono una psicologa, mi appassionano le storie e le emozioni che accompagnano ogni vita, rendono unico ogni essere umano e il suo contesto familiare. Credo nel cambiamento e nell'importanza della comunicazione come strumento per migliorare la relazione con noi stessi e con gli altri. Lavoro da anni con le famiglie, in particolare mi occupo di disabilità visiva e di genitorialità. Seguimi su Google+