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Lo stato di completo benessere psicologico è irraggiungibile, ma secondo quella che è la mia esperienza professionale i 5 consigli che ti sto per suggerire, se seguiti con costanza, sono efficaci per migliorare la tua salute psicologica.

Prima di dirti quali sono, leggi le righe che seguono.

coltivare il benessere

Quello che hai appena letto è uno stralcio tratto dalla Dichiarazione per la Salute mentale per l’Europa (2005).

Ho evidenziato in giallo un passaggio importante del documento nel quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce che non esiste salute senza salute mentale: la salute e il benessere mentale sono fondamentali per la qualità della vita e la produttività degli individui delle famiglie, delle comunità e delle nazioni, poiché consentono di dare un significato alla vita e di essere cittadini attivi e creativi.

 

Che cos’è la salute psicologica?

Si tratta di un costrutto complesso, studiato in letteratura a livello internazionale, e di cui non è facile dare una definizione esaustiva.

Come dicevo all’inizio dell’articolo, non è possibile pensare alla salute psicologica come ad uno stato completamente realizzabile, che raggiungibile rapidamente, una volta per tutte.

Piuttosto, per usare una metafora, è simile ad un viaggio che intraprendiamo nell’arco della nostra vita, un processo che costruiamo mentre affrontiamo le sfide e le vicissitudini quotidiane.

Mi piace pensare al benessere psicologico come a un continuum del quale il benessere è l’estremo positivo, nel mezzo ci sono le mille sfumature che accompagnano il nostro vivere.

Il benessere psicologico dunque è uno stato a cui tendere, nonostante le inevitabili scivolate che fanno parte dell’esperienza del vivere.

Non dobbiamo dimenticare che c’è sempre spazio per la crescita personale quando si tratta di muoversi verso la nostra fioritura e il miglioramento del nostro benessere complessivo.

Detto questo, ecco cinque consigli utili a coltivare il tuo benessere psicologico.

Esprimi gratitudine

Secondo Robert Emmons, professore di psicologia presso l’Università della California, nonché massimo esperto di gratitudine, chi coltiva la gratitudine riconosce che ci sono cose buone nella propria vita e nel mondo.

Secondo lo studioso scrivere un diario settimanale nel quale indicare almeno 5 cose di cui si è grati, incide sulla propria salute psicologica e fisica (si abbassa il livello di stress, aumenta l’attenzione, migliora il funzionamento del sistema immunitario ecc.).

Focalizzati sugli aspetti positivi

Spesso tendiamo a concentrarci sui problemi, e ruminare su quello che non è andato bene, anziché vedere il bicchiere mezzo pieno.

Martin Seligman dell’Università di Pennsylvania suggerisce questo compito: ogni sera, prima di addormentarti, pensa a tre cose belle che sono successe nella giornata appena trascorsa e rifletti sul perché ti hanno fatto sentire bene.

Non necessariamente deve trattarsi di eventi importanti, anche i piccoli avvenimenti possono avere una grande portata energetica. Questo esercizio ti aiuta nell’immediato a spostare la tua attenzione sugli aspetti positivi e, nel tempo, ad aumentare il benessere psicologico percepito.

Fai quello che ti piace

Quando facciamo qualcosa che ci fa provare gioia e piacere, inneschiamo un meccanismo fisico che induce al benessere.

Infatti, alcune sostanze chimiche (neurotrasmettitori) presenti nel cervello inducono il rilascio di endorfine che possono contribuire a portare un senso generale di benessere.

Pensa che l’endorfina è un tipo di neurotrasmettitore che viene rilasciato dall’ipofisi per bloccare i recettori del dolore (proprio così, ridurre il dolore!).

Dunque pensa a ciò che ti interessa e che ti piace fare, anche cose semplici, come stare seduto al sole, ascoltare della buona musica, camminare in mezzo alla natura o cenare a lume di candela.

Non dimenticare che l’attività fisica, in particolare l’esercizio aerobico, può produrre una sensazione di benessere.

Vivi nel presente

La vita sembra meno stressante quando non siamo preoccupati per il futuro, o troppo concentrati sul passato.

Non è facile, ma puoi provare a stare nel momento presente, senza giudizio.

Allenati a diventare consapevole del respiro e delle sensazioni corporee.

Oppure presta attenzione ai dettagli di quello che stai facendo (ad. esempio mentre mangi o lavi i piatti), invece di pensare a qualcos’altro.

L’attenzione ai piccoli momenti della quotidianità può condurre a un grande benessere.

Stacca con il lavoro

Una grande fonte di stress e di bornout deriva dal continuare a pensare al lavoro quando si rientra a casa.

Abbiamo bisogno di tempo per ricaricare le nostre batterie!

 

Questi sono cinque consigli che puoi seguire per prenderti cura di te e per migliorare il tuo benessere psicologico.

Ricorda che la salute va conquistata ogni giorno con costanza e consapevolezza. Fammi sapere cosa ne pensi.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

 

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Terapia Familiare: come lavoro esattamente https://www.maravesco.it/terapia-familiare-come-lavoro-esattamente/ Thu, 27 Apr 2017 18:03:43 +0000 https://www.maravesco.it/?p=3258 Da alcuni anni mi occupo di Terapia Familiare. In questo articolo ti spiego lo specifico metodo di lavoro che ho acquisito durante la formazione per diventare terapeuta della famiglia e che ho affinato nel corso della concreta esperienza maturata a stretto contatto con le famiglie. Per facilitare la comprensione del mio metodo di lavoro, ti […]

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Da alcuni anni mi occupo di Terapia Familiare.

In questo articolo ti spiego lo specifico metodo di lavoro che ho acquisito durante la formazione per diventare terapeuta della famiglia e che ho affinato nel corso della concreta esperienza maturata a stretto contatto con le famiglie.

Per facilitare la comprensione del mio metodo di lavoro, ti invito a immaginare una ipotetica famiglia che intraprende quello che ho definito “Il viaggio della famiglia in terapia“, ho suddiviso i momenti salienti del percorso psicologico in STEP.

 

 

 

terapia familiare come lavoro esattamente

STEP 1: ☎ LA TELEFONATA

In questa fase un familiare mi contatta telefonicamente per fissare un appuntamento nel mio studio.

Durante questa telefonata raccolgo alcune informazioni che approfondisco successivamente nel corso del primo colloquio: qual è il problema psicologico, da quanto tempo è presente, chi sono i componenti della famiglia ecc.

STEP 2:👪 LA FAMIGLIA INCONTRA IL TERAPEUTA

Questa seconda fase è suddivisa in due momenti.

Una parte dell’incontro è dedicata alla compilazione e sottoscrizione del “Consenso Informato” (modulo attraverso il quale il paziente autorizza in modo volontario il professionista al trattamento psicologico sulla propria persona) e  del “Documento della Privacy” (modulo attraverso il quale il professionista informa il paziente circa le finalità e le modalità di trattamento dei dati personali che lo riguardano).

Inoltre, avendo aderito alla “Carta dei diritti del consumatore-utente delle prestazioni psicologiche”, sottoscrivo insieme ai familiari un contratto nel quale sono indicati tutti gli elementi del percorso psicologico (costo, durata, frequenza ecc.).

La seconda parte dell’incontro è dedicata ad approfondire insieme lo specifico motivo motivo della richiesta di consulenza psicologica.

STEP 3: 🛋 LA CONSULENZA PSICOLOGICA

La terza fase viene definita “Consulenza Psicologica” e rappresenta lo spazio tra la domanda di aiuto della famiglia e l’inizio della terapia vera e propria.

Si tratta di una fase molto importante, è il tempo necessario al terapeuta per capire se può prendere in carico il problema della famiglia e alla famiglia per capire se affidarsi al terapeuta.

Si tratta di un numero di incontri di durata limitata, di solito 3 incontri, durante il quale raccolgo informazioni per comprendere le difficoltà della famiglia, le tentate soluzioni, la motivazione al cambiamento e le risorse di cui dispone.

Al termine della Consulenza Psicologica definisco l’ipotesi diagnostica e, se necessario, propongo un percorso di terapia familiare, concordando specifici obiettivi e tempi dell’intervento.

Nel caso in cui decido di non prendere in carico la problematica della famiglia, è mia premura inviare ad un altro collega o proporre altri percorsi.

STEP 4: 🗝 LA TERAPIA FAMILIARE

E’ la fase che rappresenta il cuore del viaggio di terapia intrapreso dalla famiglia.

Ha una durata variabile che dipende dal problema presentato, dalla risposta della famiglia alla terapia e dagli obiettivi concordati.

La frequenza delle sedute è all’incirca 1 ogni 3 settimane.

STEP 5: 🏁 CONCLUSIONE DELLA TERAPIA FAMILIARE

Questa è l’ultima fase in cui incontro la famiglia nel mio studio. E’ il momento in cui valuto insieme alla famiglia gli obiettivi raggiunti e in generale i cambiamenti rispetto al problema portato al momento della richiesta di consulenza psicologica.

STEP 6: 🎯 FOLLOW-UP

“Follow-up” significa semplicemente che, a distanza di 2 mesi circa dalla conclusione della Terapia Familiare, ricontatto telefonicamente la famiglia per avere informazioni rispetto all’efficacia e al mantenimento dei risultati ottenuti attraverso il percorso psicologico.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Vuoi chiedere una consulenza psicologica? Questi 5 minuti sono preziosi https://www.maravesco.it/vuoi-chiedere-una-consulenza-psicologica-questi-5-minuti-sono-preziosi/ Tue, 25 Apr 2017 20:34:34 +0000 https://www.maravesco.it/?p=3175 Secondo il senso comune il primo contatto telefonico con uno psicologo ha il solo scopo di  ✔ fissare un appuntamento nel più breve tempo possibile. Nelle prossime righe ti spiegherò cosa aspettarti dalla prima telefonata con uno psicologo della durata di circa 5 minuti e come ricavarne informazioni preziose. Comincio con il dirti che, oltre a quello […]

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Secondo il senso comune il primo contatto telefonico con uno psicologo ha il solo scopo di 

✔ fissare un appuntamento nel più breve tempo possibile.

Nelle prossime righe ti spiegherò cosa aspettarti dalla prima telefonata con uno psicologo della durata di circa 5 minuti e come ricavarne informazioni preziose.

Comincio con il dirti che, oltre a quello accennato, un secondo buon motivo per contattare uno psicologo è semplicemente

✔ottenere informazioni.

Infatti, se non sei convinto di chiedere una consulenza psicologica perché hai dei dubbi sulla durata, il costo, l’utilità e l’impegno richiesto, puoi contattare il professionista che ti aiuterà a far chiarezza su questi aspetti.

Qualche volta ti sarà capitato, come capita a molte altre persone, di pensare di chiedere una consulenza ad un professionista della salute ma poi hai finito con il procrastinare questa scelta, restando con dubbi, domande e problemi.

Ecco, diciamo che fintanto che non chiami non puoi confrontarti con il professionista e dunque sapere se il servizio che offre può fare al caso tuo.

➡ Una semplice telefonata può aiutarti a non perdere tempo inutilmente.

➡ E ricorda che la telefonata non ti vincola alla consulenza di persona.

Anzi, se non sei sufficientemente convinto e motivato, puoi telefonare per chiedere informazioni precise, ma non ti conviene iniziare un percorso psicologico.

Sai perchè?

La motivazione è la base portante del cambiamento.

Chiarito questo, la prima telefonata è un’occasione utile per farti un’idea del professionista che sta dall’altra parte del telefono e di come lavora.

Sì, proprio così.

Ma aspetta, per spiegarti questo punto, ho da chiederti di seguirmi nel ragionamento.

Immagina di aver selezionato lo psicologo al quale rivolgerti per affrontare il problema che ti crea sofferenza.

Ora vuoi telefonare per fissare un appuntamento. Giusto?

Come ho scritto poco sopra, per molte persone la parte più difficile è proprio questa: la prima telefonata 📞.

Ho dunque pensato di descriverti cosa succede quando contatti telefonicamente uno psicologo.

⭕ Le informazioni che ti sto per dare ti saranno doppiamente utili. Pensaci bene, poter anticipare ciò che accade in una specifica situazione è un ottimo rimedio contro l’ansia dell’ignoto 😉 (VANTAGGIO N.1).

⭕ Darti queste informazioni può esserti d’aiuto per capire se il servizio offerto è ciò che stai cercando (VANTAGGIO N.2).

Nelle righe che seguono ti scriverò una “TELEFONATA TIPO” tratta dalla mia esperienza.

In linea di massima puoi utilizzare questa ipotetica telefonata come linea guida per sapere cosa devi aspettarti da ciò che accade nella realtà.

Innanzitutto, durante la telefonata possono verificarsi queste due situazioni:

1. il paziente trova la segreteria telefonica;

2. il paziente parla direttamente con me.

Quando il paziente trova la segreteria telefonica

In questo caso è fondamentale che lasci le seguenti informazioni:

1. dire che desidera parlare con lo psicologo;

2. il nome, cognome e numero di telefono;

3. la fascia oraria in cui vuole essere richiamato.

Quando il paziente trova la segreteria telefonica, non è necessario che specifichi il motivo della chiamata. Avrà l’occasione di parlarne direttamente quando lo ricontatterò.

Dopo che ha lasciato il messaggio in segreteria, rimane dunque in attesa di essere richiamato.

Di solito lo richiamo entro poche ore, certamente lo stesso giorno (a meno che non ha chiamato di sera, nel qual caso richiamo il paziente il giorno seguente).

Quando il paziente parla direttamente con lo psicologo

Quanto scrivo nelle prossime righe riguarda sia la situazione in cui richiamo le persone dopo che mi hanno lasciato un messaggio in segreteria sia quando non è attiva la segreteria telefonica e rispondo direttamente alle telefonate.

In entrambe le situazioni idealmente si verifica quanto segue:

1. mi presento;

2. il paziente dice che vuole fissare un appuntamento;

3. domando alla persona che mi contatta come ha avuto il mio nominativo (l’ha trovato in internet; le è stato consigliato da qualcuno);

4. domando il motivo della chiamata e alcune informazioni come l’età, lo stato civile, la presenza di eventuali sintomi ecc.

5. propongo un giorno e un’ora per incontrare il paziente, a non più di una settimana o dieci giorni di distanza;

6. la persona che mi ha contattato si prende l’impegno per il giorno e l’ora concordati (per il primo appuntamento può essere richiesta una certa flessibilità, dovuta al fatto che spesso gli orari serali sono quelli più richiesti. Tuttavia, se vi è una situazione di emergenza, la tengo in considerazione).

7. il paziente mi domanda qual è la spesa che deve sostenere per la consulenza psicologica.

8. fornisco indicazioni chiare su come raggiungere il mio studio (indirizzo, nome sul citofono, piano del palazzo o altre indicazioni).

9. il paziente conferma l’appuntamento e ci salutiamo.

Questo è tutto.

Se non ho ore disponibili in cui incontrare il paziente, invio la persona ad un altro terapeuta.

Bene, come promesso all’inizio dell’articolo, ora ti spiego perché i 5 minuti della prima telefonata sono preziosi.

Se mi hai seguito fin qui, avrai capito che la prima telefonata non è mai solo un modo per prendere un appuntamento.

E’ anche una preziosa occasione per ricavare informazioni sullo psicologo che si trova dall’altro capo del telefono.

Se stai cercando uno psicologo al quale parlare dei tuoi problemi, trovare un professionista che già durante la prima telefonata ti dia delle informazioni esaurienti sul servizio che offre, ti chiede se hai delle domande da fare o quant’è la sua parcella, è un buon modo per capire come lavora il professionista e per avere le informazioni necessarie a decidere se intraprendere il tuo percorso verso il cambiamento.

Giunto fino a qui, pensi ancora che la prima telefonata ad uno psicologo serva solo a fissare un appuntamento?

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Terapia familiare: fare il primo passo https://www.maravesco.it/terapia-familiare-fare-il-primo-passo/ Wed, 19 Apr 2017 20:25:55 +0000 https://www.maravesco.it/?p=3143 Hai scelto il terapeuta al quale rivolgerti ma ancora qualcosa ti trattiene dal contattarlo? Anche tu, come tutte le persone che vogliono andare da uno psicologo, hai cercato un professionista adatto a risolvere il tuo problema. Probabilmente hai percorso una di queste strade. ➡  Ti sei confidato con qualcuno a te caro che ti ha […]

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Hai scelto il terapeuta al quale rivolgerti ma ancora qualcosa ti trattiene dal contattarlo?

Anche tu, come tutte le persone che vogliono andare da uno psicologo, hai cercato un professionista adatto a risolvere il tuo problema.

Probabilmente hai percorso una di queste strade.

➡  Ti sei confidato con qualcuno a te caro che ti ha dato il nominativo di un professionista con il quale si è trovato bene o di cui ha sentito parlare bene.

➡  Oppure hai cercato un professionista su google e hai trovato un buon numero di nominativi. Non è stato facile scegliere. Sei stato molto attento ad individuare il professionista che si occupa della tua problematica. Magari hai scoperto che ha un sito e hai letto alcuni articoli che hanno catturato la tua attenzione.

➡  Forse hai trovato anche la foto del professionista e questo può aver inciso sulla tua scelta. Un volto e uno sguardo, in sostanza sapere “che faccia ha” il professionista che incontrerai, può fare la differenza.

➡  Sai bene che quando si tratta di salute è importante fare una scelta sicura. Se devi farti mettere a posto la schiena, non vai dal primo fisioterapista che capita, ma cerchi le “giuste mani” a cui affidarti. Allo stesso modo, se hai una sofferenza psicologica che riguarda te o un tuo familiare, non scegli a caso, ma cerchi un professionista affidabile. Così hai verificato (👉 consulta il sito dell’Ordine Nazionale degli Psicologi) che il professionista scelto fosse un “vero” psicologo o psicoterapeuta perché legalmente riconosciuto, quindi laureato, specializzato e competente.

Una porta da aprire

Fino a qui hai cercato le giuste informazioni, ora c’è una porta che devi aprire e la chiave ce l’hai solo tu🔑:

contattare lo psicologo per prendere in mano la situazione ed affrontarla con coraggio.

Parliamoci chiaro, la maggior parte delle persone farebbe volentieri a meno di rivolgersi ad uno psicologo e di solito prima tenta altre soluzioni.

⭕ A volte l’ostacolo è l’imbarazzo di parlare ad un estraneo dei propri problemi.

⭕ Altre volte è il timore di affrontare ciò che causa sofferenza.

⭕ Oppure può essere il timore di iniziare un percorso sconosciuto.

E così si finisce con il rimandare, intanto la condizione di sofferenza permane, nell’attesa che si risolva da sola.

Su questo punto ho alcune importanti domande da farti.

Quali sono le ricadute sulla quotidianità del tuo stare male?

.

Quali sono le conseguenze sulla relazione con chi ti sta vicino?

.
Quanto sarà più semplice o più difficile risolvere i problemi più avanti?

.

Adesso fermati. Voglio raccontarti una parabola sufi che c’entra qualcosa con questo discorso.

📖   Un giorno Mullā Nasreddin voleva imparare a nuotare. Così andò da un istruttore di nuoto che gli disse: “Vieni con me. Stavo giusto andando al fiume. Non è difficile, vedrai, imparerai in un attimo. E’ talmente semplice che persino un bambino è in grado di farlo.

Ma sfortunatamente, appena raggiunsero la riva del fiume Mullā Nasreddin scivolò. C’era un terreno fangoso e finì lungo disteso per terra prendendosi un bello spavento. Si allontanò immediatamente dal fiume, correndo più in fretta che poteva e si mise al riparo sotto un albero.

L’istruttore lo rincorse e gli disse: “Ma che fai, scappi? Dove stai correndo, torna qui!”.

Rispose Mullā Nasreddin: “Senti, adesso prima mi insegni a nuotare, poi verrò vicino al fiume, così è troppo pericoloso. Guarda, io mi avvicinerò al fiume solo quando avrò imparato a nuotare”.

L’istruttore di nuoto disse: “Ma come ti pare sia possibile imparare senza andare al fiume?”.

E fu così che Mullā Nasreddin non imparò mai a nuotare.

Per lui era troppo pericoloso, di conseguenza non fu in grado di fare quel passo che gli avrebbe permesso di oltrepassare la porta del cambiamento.

Purtroppo Mullā Nasreddin non seppe mai che cosa avrebbe trovato dall’altra parte.

Questa storia ha una morale.
La convinzione di Mullā Nasreddin gli ha impedito di andare oltre e dunque di correre il rischio di vivere un’esperienza nuova.

Ma l’unico modo per arrivare al cambiamento è aprire quella porta e varcare la soglia dello sconosciuto.

Lo sapeva bene anche Cristoforo Colombo che mai avrebbe intrapreso il viaggio verso il Nuovo Mondo se si fosse soffermato a pensare ai pericoli e alle difficoltà.

E poi, diciamocelo, comunque sia, non è possibile evitare il rischio di vivere.

Ciò di cui dovresti avere paura veramente, non è affrontare le difficoltà, ma ciò che accadrebbe se non lo facessi.

Questo è il vero problema.

Bene, la mia storia oggi finisce qui.

Sta a te ora scegliere se rimanere al riparo sotto un albero o andare al fiume per imparare a nuotare.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Perchè scegliere la terapia familiare ti conviene? https://www.maravesco.it/perche-scegliere-la-terapia-familiare-ti-conviene/ Tue, 11 Apr 2017 09:50:28 +0000 https://www.maravesco.it/?p=3076 Rivolgersi ad un terapeuta della famiglia, sì o no? Questo è il “dilemma” che accompagna molti quando hanno provato a risolvere un problema, ma invano. Come se, giunti al bivio di un sentiero di montagna, non sapessero che direzione prendere: rivolgersi ad un professionista esterno alla famiglia o farcela da soli? Le persone che mi […]

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Rivolgersi ad un terapeuta della famiglia, sì o no?

Questo è il “dilemma” che accompagna molti quando hanno provato a risolvere un problema, ma invano.

Come se, giunti al bivio di un sentiero di montagna, non sapessero che direzione prendere: rivolgersi ad un professionista esterno alla famiglia o farcela da soli?

Le persone che mi chiedono una consulenza, talvolta mi raccontano che l’ostacolo più grande che hanno dovuto superare per contattarmi è stato fare il primo passo.
Sì, digitare il numero sul cellulare e chiamare in studio.

Anche quando sentivano che quella era la scelta giusta, qualcosa li tratteneva dal farlo.

Ho voluto vederci chiaro.

Ho capito che, a volte, la titubanza è dettata dal timore che andare in terapia significhi rinunciare a ragionare con la propria testa.

Se anche tu la pensi un po’ così, ci tengo a rassicurarti: il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, nell’articolo 4, afferma che lo psicologo nell’esercizio della sua professione deve rispettare “l’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori”. E’ scritto, nero su bianco.

Va bene, questa cosa l’abbiamo chiarita, ma continua a non essere chiaro perché una persona, una coppia, una famiglia, dovrebbero rivolgersi ad uno psicologo, anziché “farcela da soli”.
Voglio dire, una differenza ci deve pure essere. Se così non fosse, le persone non perderebbero tempo ad andare in terapia.

Quale sarebbe questa differenza?
Te lo spiego subito.

Uno dei primi aspetti da tenere in considerazione quando cerchi di risolvere da solo un problema è che la percezione che hai del problema è vincolata dal tuo personalissimo punto di vista.

Questo è un punto centrale.

Immagina che il nostro punto di vista sia come un bel paio di occhiali le cui lenti ci permettono di guardare il mondo, problemi compresi.

E ora immagina se potessi cambiare le lenti dei tuoi occhiali e osservare i tuoi problemi da altri punti di vista.

Uscire dal proprio punto di vista e provare a guardare la situazione da altre posizioni allarga lo sguardo e permette di trovare soluzioni e sensazioni nuove e a volte impensate.

Ora, la terapia non è un negozio di ottica, ma ci siamo capiti.

Sia ben chiaro, questo non vuol dire che sempre quando abbiamo un problema familiare dobbiamo andare in terapia. In terapia si va quando le abbiamo provate tutte e non siamo venuti a capo di niente.

Dunque, la situazione è la seguente:

> hai un problema;

> non sai come risolverlo, anche perché sei immerso nel problema e questo non ti fa vedere altre soluzioni;
efficaci;

> decidi di parlarne con una persona che ti aiuti a trovare soluzioni diverse da quelle che hai adottato fino a quel momento.

Sì, lo so a cosa stai pensando: “Ma allora se basta qualcun altro con cui parlare, perché dovrei rivolgermi proprio ad uno psicoterapeuta della famiglia?”.

Perché scegliere la terapia familiare?

Un altro aspetto da tenere in considerazione è la differenza che intercorre tra parlare con uno psicologo e parlare con un’altra persona, per esempio con un amico.

👉 Lo psicologo non è coinvolto in dinamiche affettive con il paziente. Questo significa che puoi parlargli di tutto, senza il timore di cambiare situazioni quotidiane.

👉 Lo psicologo è concentrato sul paziente e il paziente è concentrato su di sé. Questo è il contesto relazionale migliore per favorire l’esplorazione del problema e per favorire il cambiamento.

👉 Lo psicologo si è formato, ha uno specifico metodo di lavoro, per prendere in carico ed affrontare difficoltà strutturate.

La terapia familiare è un contesto nel quale si affrontano i problemi con la garanzia di un metodo di lavoro di cui il terapeuta è l’esperto.

Invece, l’ESPERTO DI TE STESSO E DELLA TUA FAMIGLIA SEI TU, lo psicologo è lì per facilitarti il viaggio verso una maggior comprensione della problematica, al fine di avviare un cambiamento.

E dunque la terapia familiare è un LAVORO DI SQUADRA, tra i familiari e tra i familiari e lo psicoterapeuta.

Mettiamola così, ritornando al dilemma iniziale, non è questione di “farcela da solo” o “farsi aiutare”, ma di integrare due modalità di risolvere i problemi per lavorare tutti insieme verso un unico scopo, il tuo stare bene e quello dei tuoi familiari.

📌  Ma ricorda: responsabilità e merito del cambiamento sono sempre personali. Nessuno può affrontare il disagio psicologico al posto nostro.

Il lavoro di cambiamento lo fa chi va in terapia, parlando della condizione di sofferenza propria o di un familiare, mettendosi in discussione in uno spazio di ascolto e di dialogo, sperimentando nel qui ed ora della terapia nuove modalità di stare insieme e da mettere in pratica anche oltre la stanza di terapia.

Ora cosa ne pensi: rivolgersi ad un terapeuta della famiglia, sì o no?

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Come dialogare con un figlio adolescente: 5 consigli per te [+scheda pratica] https://www.maravesco.it/dialogare-un-figlio-adolescente-5-consigli-per-te/ Tue, 04 Apr 2017 20:42:48 +0000 https://www.maravesco.it/?p=2951 Quanto è difficile dialogare con un figlio adolescente? Hai presente quelle situazioni in cui sei lì, di fronte al tuo pargolo (o pargola, se di fanciulla si tratta), con il desiderio di parlargli, non dico di intavolare una conversazione, ma di scambiare due parole, vorresti capire come sta, come vede il mondo, cosa combina a […]

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Quanto è difficile dialogare con un figlio adolescente?

Hai presente quelle situazioni in cui sei lì, di fronte al tuo pargolo (o pargola, se di fanciulla si tratta), con il desiderio di parlargli, non dico di intavolare una conversazione, ma di scambiare due parole, vorresti capire come sta, come vede il mondo, cosa combina a scuola, oppure hai delle cose importanti da dirgli.

Ecco, proprio quelle situazioni lì.

Tuo figlio è seduto dinanzi a te, anzi, per dirla alla Michele Serra, è “sdraiato” di fronte a te, sul letto, sul divano, anche se sta in piedi è “sdraiato”, per il modo che ha di porsi, di atteggiarsi; il suo sguardo è perso nel vuoto; tu domandi e lui ti risponde a monosillabi o si comporta in modo sgarbato.

Quante volte ti sei trovato a vivere questa esperienza?

Probabilmente a questa situazione hai reagito provando uno stato di preoccupazione.

O forse hai reagito provando uno stato di frustrazione.

Oppure hai sentito e mostrato uno stato di irritazione.

Questo succede perché ti sei coinvolto con impegno e desiderio e il risultato che hai ottenuto è diverso da quello sperato.

Come ben sai, gli adolescenti sono notoriamente restii a parlare con i loro genitori, infatti fa parte del loro “lavoro adolescenziale” mettere a dura prova la comunicazione con i genitori e con essa regole, valori e convinzioni, per differenziarsi e far emergere la loro identità.

Il punto è che hai di fronte a te una persona in profondo cambiamento, non è più il figlio che hai accudito fino a poco tempo fa, e senti che le certezze alle quali avevi fatto affidamento nella sua crescita, e alle quali ti eri aggrappato come solide e rassicuranti rocce, si sono sgretolate come sabbia umida al sole. Non per niente si parla di “crisi adolescenziale” che riguarda non solo la transizione del bambino verso la fase adulta della vita, ma che coinvolge parallelamente tutti i familiari: anche loro sono chiamati a transitare attraverso una vera e propria rivoluzione che li spinge ad inventare nuovi modi di percepirsi, di parlarsi, di stare insieme e di comportarsi.

Ecco allora che l’adolescenza è un momento di crisi e crescita familiare.

Detto questo, tornando alla situazione in cui stai parlando a tuo figlio, spesso il mix di stati d’animo di cui ti ho accennato sopra, sfociano nello stesso risultato.

Sai qual è?

Che perdi la pazienza, alzi la voce, il desiderio di dialogo si trasforma in un monologo o in uno scontro.

E tuo figlio reagisce con il solito “muro di gomma”, in sostanza non ti ascolta.

Così, il circolo dell’incomprensione può continuare all’infinito.

Ma allora come gestire queste situazioni?

Einstein diceva che la: “Follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”.

Tuttavia, per COMPORTARSI IN MODO DIVERSO, bisogna innanzitutto riuscire a pensare, intuire, autorizzarsi a porsi in modo differente da come ci si è posti fino a quel momento.

Viceversa, continueremo a mettere in campo i soliti automatismi comportamentali.

Lascia che ti suggerisca una strada diversa che vuole essere una sorta di collante capace di tenere insieme le risorse di cui già disponi per costruire nuovi e più efficaci percorsi di dialogo.

ECCO 5 CONSIGLI UTILI PER GESTIRE AL MEGLIO LA COMUNICAZIONE CON UN FIGLIO ADOLESCENTE 1. Ascoltati: prendi nota di pensieri, sensazioni e domande collegate a ciò di cui vuoi parlare con tuo figlio.

Per prima cosa partiamo da un esercizio di pazienza, con te stesso/a.  Focalizza l’attenzione su di te, prendendo nota di sensazioni, pensieri e domande che vorresti fare a tuo figlio. Sospendi il giudizio, poniti con atteggiamento curioso nei confronti del dialogo e delle direzioni che prenderà.

2. Comunica con anticipo a tuo figlio quando parlerai con lui e quale sarà l’argomento della conversazione

Questo è un consiglio per quando hai qualcosa di importante da comunicare a tuo figlio. L’obiettivo è permettere sia a te che a lui di affrontare la conversazione con la giusta distanza emotiva, anziché dialogare spinti di forti emozioni come l’ansia, la paura, la rabbia ecc. Inoltre, darsi tempo, permette ad entrambi di raccogliere le idee e i pensieri utili ad argomentare il proprio punto di vista.

3. Gestisci le tue emozioni

Anche se senti di reagire alla situazione con rabbia e frustrazione, alzare il tono della voce o usare toni bruschi, non farà che mettere sulla difensiva tuo figlio, il quale sentendosi aggredito, molto probabilmente reagirà con un comportamento di “attacco/fuga”.  Queste condizioni non sono il contesto migliore per coltivare una buona comunicazione.

4. Presta attenzione alla comunicazione non verbale

Questo aspetto è molto importante perché riguarda il creare le condizioni migliori per farti ascoltare da tuo figlio. In sostanza, si tratta di non essere troppo diretto nel tuo comportamento. Prova ad esempio a non fissare troppo tuo figlio negli occhi mentre gli parli, infatti potrebbe interpretare in modo accusatorio o aggressivo uno sguardo troppo diretto. Essere entrambi coinvolti in altre attività come passeggiare insieme o stare seduti accanto in macchina, può aiutarvi a non incrociare troppo gli sguardi.

5. Attendi, concedi il tempo a te e a tuo figlio di riflettere su ciò che vi siete detti

Considera il dialogo con tuo figlio un processo in divenire. Non aspettarti subito una risposta da parte sua, dagli il tempo di riflettere su quello che vi siete detti, di mettere ordine fra i suoi pensieri e le sue emozioni, prima di riprendere il discorso. In questo modo gli infonderai fiducia nella sua capacità di riflettere sulle cose, comunicherai che le parole sono importanti e svilupperai in lui il senso di responsabilità.

Questi sono solo alcuni suggerimenti che possono tornarti utili per migliorare la comunicazione con tuo figlio adolescente.

Su questo tema puoi scaricare la “SCHEDA PRATICA” contenente un utile esercizio che ti permetterà di focalizzarti su questi cinque consigli quando ne avrai la necessità.

E tu come gestisci la comunicazione con tuo figlio adolescente?

Per approfondire:

Michele Serra – GLI SDRAIATI

Alberto Pellai – E ORA BASTA!

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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#01 Nuove tecnologie e over 65 https://www.maravesco.it/01-nuove-tecnologie-e-over-65/ Thu, 09 Feb 2017 00:26:40 +0000 https://www.maravesco.it/?p=2466 Benvenuti alla prima puntata del podcast “Il salotto della psicologa“: Nuove tecnologie e over 65. Negli ultimi anni le nuove tecnologie sono entrate prepotentemente nella nostra vita, tanto che oggi ci sembra impensabile vivere senza la mediazione del computer o del cellulare. Si tratta di dispositivi elettronici di facile reperibilità, che possiedono una complessità di utilizzo non indifferente, […]

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Benvenuti alla prima puntata del podcast “Il salotto della psicologa“: Nuove tecnologie e over 65.

Negli ultimi anni le nuove tecnologie sono entrate prepotentemente nella nostra vita, tanto che oggi ci sembra impensabile vivere senza la mediazione del computer o del cellulare.

Si tratta di dispositivi elettronici di facile reperibilità, che possiedono una complessità di utilizzo non indifferente, soprattutto da parte di chi, appartenendo a qualche generazione fa, non è cresciuto con questi strumenti.

In questo episodio con Antonella Cappo ho approfondito il rapporto degli over 65 con l’informatica e le nuove tecnologie.

Cosa pensano gli over 65 dei dispositivi elettronici?

Quali difficoltà incontrano nel loro utilizzo?

Quali strategie facilitano l’apprendimento?

Queste sono alcune domande rispetto alle quali Antonella Cappo fornisce una esauriente risposta.

Qui trovi il podcast Il salotto della psicologa: nuove tecnologie e over 65. Buon ascolto!

I contenuti dell’episodio #01:

00:48″ L’interesse nei confronti delle nuove tecnologie

01:36″ Il ruolo di chi sta attorno nel facilitare l’apprendimento

01:58″ Il timore reverenziale nei confronti delle nuove tecnologie

02:47″ Il piacere di far parte di un mondo moderno

03:10″ La difficoltà principale

03:29″ Alla ricerca dell’approccio migliore

05:11″ La paura del cambiamento si vince con la fiducia nelle proprie capacità

05:56″ Il ruolo dei familiari

07:04″ Essere attivi di fronte alle nuove tecnologie

07:30″ Cosa posso fare con il device?

08:28″ Quale strumento tecnologico non bisogna mai dare a chi sta imparando

10:27″ Come scegliere il device adatto

12:02″ Chi sono gli allievi di Antonella Cappo

13:44″ Gli strumenti informatici sono utili per rimanere in contatto con i familiari

14:39″ Comprendere l’utilità dello strumento tecnologico

15:58″ Educazione tecnologica

17:33″ Semplificare un linguaggio complesso

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Bambini con disabilità visiva e lavoretti domestici, alcuni consigli https://www.maravesco.it/bambini-disabilita-visiva-lavoretti-domestici-consigli/ Tue, 07 Feb 2017 22:00:36 +0000 https://www.maravesco.it/?p=2814 In tema di lavoretti domestici lo psicologo Richard Weissbourd nel libro “The Parents we mean to be” sostiene che siano utili perché insegnano ai bambini ad empatizzare con i bisogni delle persone. Possiamo anche immaginare che svolgere una piccola faccenda domestica migliori il senso di autostima e di responsabilità dei bambini. Dunque, come regolarsi rispetto a questo tipo di attività? Esistono […]

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In tema di lavoretti domestici lo psicologo Richard Weissbourd nel libro “The Parents we mean to be” sostiene che siano utili perché insegnano ai bambini ad empatizzare con i bisogni delle persone.

Possiamo anche immaginare che svolgere una piccola faccenda domestica migliori il senso di autostima e di responsabilità dei bambini.

Dunque, come regolarsi rispetto a questo tipo di attività?

Esistono delle strategie utili?

Troverete di seguito la risposta a queste e ad altre domande.

Ho letto di recente un articolo molto interessante su questo tema, dal quale ho tratto l’idea di scrivere questo approfondimento. Nelle righe che seguono vi propongo alcune indicazioni da tenere a mente nella situazione in cui il bambino sia portatore di una disabilità visiva.

Bambini con disabilità visiva e lavoretti domestici: 8 consigli.

1. CONCEDETE AL VOSTRO BAMBINO IL TEMPO NECESSARIO AD IMPARARE le azioni da compiere per portare a termine la faccenda domestica. Cercare anche di rendere divertente il lavoretto, coinvolgendolo in un piccolo gioco di squadra.

2. AIUTATELO A MEMORIZZARE I PASSI NECESSARI PER PORTARE A TERMINE IL COMPITO. Guidatelo paso passo, fino al compimento del risultato finale atteso. Ad esempio, se il compito assegnato è quello di svuotare la lavastoviglie, potete aprire lo sportello dell’elettrodomestico insieme a lui/lei, insieme tirar fuori i piatti e sistemarli nella credenza, lasciando nell’elettrodomestico i bicchieri e le posate. Seguitelo mentre ritirare le posate, ma lasciate che si occupi da solo dei bicchieri. Così facendo lo rinforzerete nella sua autostima e il bambino, a compito concluso, ne ricaverà una sensazione di efficacia personale.

3. QUANDO IL BAMBINO AVRA’ IMPARATO DOVE RIPORRE GLI OGGETTI, ad esempio, i bicchieri, e svolge il compito in modo sicuro, potete procedere con l’insegnarli altri compiti, ma sempre uno alla volta.

4. RENDERE GLI OGGETTI FACILMENTE INDIVIDUABILI. Se, ad esempio, la faccenda domestica riguarda il dare da mangiare al gatto, e il bambino è ipovedente, accertatevi che il colore della ciotola sia in contrasto con il colore del pavimento. Si tratta di una piccola accortezza che preserva il bambino da un eccesso di distrazioni visive, così come il un’illuminazione supplementare aiuta il bambino a portare a termine il compito. Se il bambino è non vedente è bene che trovi il cibo del gatto sempre nello stesso posto, facilmente raggiungibile.

5. SE IL BAMBINO UTILIZZA MOLTO IL SENZO DEL TATTO proponigli attività che possono essere portate a termine soprattutto ricorrendo a questa modalità sensoriale, ad esempio, ricorrere ad oggetti facilmente identificabili anche attraverso l’ausilio di etichette tattili costruite su misura. Se la faccenda domestica consiste nel pulire il tavolo dopo i pasti con uno strofinaccioo umido, assicuratevi che sappia dove trovare lo strofinaccio, posizionatelo sempre nello stesso posto, eventualmente applicate sullo strofinaccio un’etichetta tattile.

6. COSTRUITE UNA RAPPRESENTAZIONE GRAFICA E TATTILE DELLE AZIONI da compiere per portare a termine l’attività. La rappesentazione tattile aiuta il bambino a costruirsi una mappa mentale del percorso da compiere.

7. DATE AL BAMBINO UN RIMANDO REALISTICO DEL RISULTATO OTTENUTO. Lodatelo e rinforzatelo rispetto alle azioni portate a termine e comunque per l’investimento di impegno e buona volontà. Al tempo stesso spiegategli in che cosa può migliorare. Non scoraggiarsi se ci vuole tempo per fargli completare un lavoro di routine, siate pazienti.

8. SE IL BAMBINO NON SVOLGE LA FACCENDA DOMESTICA ASSEGNATA, chiedetevi perchè. E’ insicuro rispetto al compito? Non ha a disposizione tutto il materiale necessario? Ha capito il senso dell’attività? Le motivazioni possono essere diverse, parlategli con franchezza, cercando di capire il significato del suo comportamento.

Ti è stato utile questo articolo per capire come insegnare a svolgere delle piccole faccende domestiche a un bambino con disabilità visiva? Hai altri consigli da dare? Scrivimi, sarò felice di leggere la tua esperienza.

Per ulteriori approfondimenti leggete l’articolo in originale.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Quando i ruoli familiari non sono definiti: “Gioventù bruciata”. https://www.maravesco.it/quando-i-ruoli-familiari-non-sono-definiti-gioventu-bruciata/ Wed, 25 Jan 2017 23:01:27 +0000 https://www.maravesco.it/?p=2188 A proposito di ruoli familiari, vi ricordate “Gioventù bruciata” di Nicholas Ray? E’ un film drammatico del 1955 che affronta i temi dell’incomunicabilità delle generazioni e delle problematiche giovanili. La trama del film è conosciuta: Jim (interpretato da James Dean) è un ragazzo diciassettenne che da poco si è trasferito con la famiglia in città. Il […]

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A proposito di ruoli familiari, vi ricordate “Gioventù bruciata” di Nicholas Ray?

E’ un film drammatico del 1955 che affronta i temi dell’incomunicabilità delle generazioni e delle problematiche giovanili.

La trama del film è conosciuta:

Jim (interpretato da James Dean) è un ragazzo diciassettenne che da poco si è trasferito con la famiglia in città. Il carattere ribelle lo caccia spesso nei guai.

Un giorno viene fermato dalla polizia per ubriachezza molesta. In centrale parla con il comandante, al quale spiega le sue ragioni e confida le difficoltà di comunicazione con i genitori. Il comandante si dimostra comprensivo con lui, tanto da suggerirgli di passare a trovarlo tutte le volte che sente la necessità di parlare con qualcuno.

Nelle ore successive Jim diventa amico di Plato (Sal Mineo) e Judy (Natalie Wood), conosciuti alla stazione di polizia.

A scuola Jim viene preso di mira da un coetaneo di nome Buzz (Covey Allen) che lo provoca in diverse occasioni, fino a quando una sera lo sfida a correre in auto verso un precipizio e a lanciarsi dalla maccchina il più tardi possibile.

GENITORI E FIGLI HANNO RUOLI DIVERSI

Ora vorrei spostare l’attenzione su una particolare scena del film.

Jim è in camera sua, a letto. Non sa cosa fare. Buzz lo ha sfidato nel tratto di scogliera chiamato il “precipizio dei pini”: se quella notte non si presenta penseranno che è un “coniglio”; se si presenta rischia la vita.

Il dilemma della scelta lo tormenta.

Entra in camera il padre, Jim pensa di chiedere consiglio a lui. La richiesta è chiara:

Immagina di dover fare qualche cosa. Di dover andare in qualche posto e fare una certa cosa che tu sai che è molto pericolosa, ma si tratta di una questione d’onore, e ti ci hanno costretto. Come ti regoleresti?

Il padre non risponde, prende tempo.

Non prenderei una decisione affrettata. Aspetta un momento, cerchiamo intanto di vederci meglio.

Il padre accende la luce e si accorge che Jim indossa una camicia sporca di sangue. Gli chiede spiegazioni. Capisce che il figlio si è cacciato in un pasticcio e che la domanda non gli è stata rivolta a caso.

Con tono diretto, Jim, per la seconda volta, chiede al padre di rispondere alla sua domanda.

Il padre per la seconda volta tergiversa.

Detesto le decisioni affrettate, sono di quelle circostanze in cui non si può… dire così, su due piedi (…). Bisogna prima considerare tutti i pro e i contro.

Jim ribatte che non c’è tempo. Le soluzioni del padre non risolvono il suo dilemma: scrivere su un pezzo di carta i pro e i contro oppure chiedere consiglio a qualcuno.

Jim continua ad essere molto preoccupato: cosa si può fare in una questione d’onore?

Per la terza volta, ora alzando il tono della voce, si rivolge al padre dicendo:

Voglio una risposta precisa! Vuoi proibirmi di andare?

Jim chiaramente sta chiedendo al padre di prendere una posizione, di assumere il ruolo di genitore.

Il padre in risposta lo tratta come un coetaneo, non legittimando il suo ruolo di figlio:

Jim, io non ti ho mai proibito nulla. Tu hai un’età meravigliosa, fra dieci anni quando ripenserai a questo episodio, ti ci verrà da ridere.

Jim non ci sta, dietro la sua domanda, al di  là del contenuto, c’è in gioco tanto altro, ma il padre non capisce.

Jim gli chiede ancora, per la quarta volta, di prendere posizione:

Dieci anni? Ho detto ora, mi serve una risposta ora, subito!

Padre e figlio litigano.

Jim infuriato esce dalla camera. Ha scelto da solo: è diretto al “precipizio dei pini” dove il suo destino lo attende.

 

AUTORIZZARSI AD ESSERE GENITORI

In più di una scena del film “Gioventù bruciata” il regista Nicolas Ray mette in luce le difficoltà di comunicazione e le tensioni all’interno della famiglia di Jim.

Mi sono soffermata a descrivere questa scena in particolare, per sottolineare un concetto importante: non è sufficiente mettere al mondo un figlio per sentirsi genitori, ma ciascun genitore è chiamato nel tempo a legittimarsi in questo ruolo, assumendone in prima persona la responsabilità.

Nel film il padre, anziché parlare al figlio dalla posizione di genitore, ossia di adulto che si prende cura della nuova generazione, evita la discussione, non risponde chiaramente alla domanda del figlio. Dal racconto della storia di questa famiglia sappiamo che si tratta di un modus operandi: in passato tutte le volte che Jim si è messo nei pasticci, i genitori hanno risolto il problema traslocando, cambiando città, detto in altri termini, spostando il problema, anziché risolverlo.

Non ci è dato sapere come mai il padre di Jim non si sente all’altezza del ruolo genitoriale di padre.

Non sappiamo nemmeno che figlio è stato, quali modelli genitoriali si porta dentro e lo vincolano al suo personale modo di sentirsi padre.

Una cosa è certa: il lavoro di legittimazione del ruolo di genitore si costruisce sia a partire dalla storia di figli che ci portiamo appresso sia dalla lettura dei segnali che i nostri figli ci trasmettono nel presente.

La terapia familiare può essere un buon contesto nel quale affrontare difficoltà simili a quelle della famiglia di Jim.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Perdere la vista, superare il dolore e rinascere https://www.maravesco.it/perdere-la-vista-superare-dolore-rinascere/ Wed, 25 Jan 2017 22:28:06 +0000 https://www.maravesco.it/?p=2812 Nel 1983 John Hull è diventato cieco. Perdere la vista in età adulta è un’esperienza dolorosa, vissuta come un vero e proprio “life marker”, ossia uno spartiacque che porta con sé un profondo messaggio di discontinuità rispetto a quella che è stata,  fino a quel momento, la vita della persona e dei suoi familiari. Così è […]

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Nel 1983 John Hull è diventato cieco.

Perdere la vista in età adulta è un’esperienza dolorosa, vissuta come un vero e proprio “life marker”, ossia uno spartiacque che porta con sé un profondo messaggio di discontinuità rispetto a quella che è stata,  fino a quel momento, la vita della persona e dei suoi familiari.

Così è stato anche John Hull, teologo e scrittore inglese: a 45 anni, dopo anni di malattia, è diventato completamente cieco.

Per prendere consapevolezza, per elaborare e per affrontare nel migliore dei modi ciò che gli stava accadendo, John Hull ha deciso di tenere un audio-diario, nel quale registrare pensieri, emozioni e sensazioni fisiche.

Nel 2014 i registi Peter Middleton e James Spinney hanno prodotto “Notes on Blindness“, in italiano “Note sulla cecità”, un cortometraggio della durata di 12 minuti, creato a partire dalle registrazioni che lo scrittore ha raccolto per ben tre anni.

Perdere-la-vista-nel-film-note-sulla-cecitàQuesto è il tempo che è stato necessario a John Hull per: “smettere di credere di essere una persona vedente che non riusciva più a vedere”.

Questo cortometraggio  aiuta ad avvicinarsi al senso dell’esperienza vissuta della cecità, in particolare troviamo:

la frammentazione della memoria visiva;

i sogni che a poco a poco si trasformano in suoni;

il desiderio della stimolazione visiva;

il panico di perdere punti di riferimento, compreso sè stessi; 

la pioggia che cade, rendendo presenti, attraverso il suono, oggetti precedentemente invisibili;

Come racconta il regista Spinney: «Quello che i diari raccontano è un processo di rinascita. John ha ridefinito la sua identità attraverso le sue paure e il suo desiderio di tornare a vivere».

Infatti, l’elaborazione della perdita della vista comporta una ridefinizione del senso di identità che passa attraverso la consapevolezza e l’apprendimento di nuovi modi di percepire e di percepirsi, per arrivare all’accettazione di sè.

Di seguito trovate il cortometraggio “Notes on Blindness”, sotto al quale riporto la traduzione dei testi.

Ho aggiunto al video l’audiodescrizione in italiano delle registrazioni originali, la potete ascoltare andando sul mio canale YOUTUBE.

Qui sotto c’è il link

https://goo.gl/5EV77f

NOTE SULLA CECITA’

Nel 1983, dopo anni in cui la vista andava man mano deteriorandosi, John Hull divenne definitivamente cieco.

Nei tre anni successivi tenne un diario su un’audiocassetta.

Il film è stato realizzato usando le sue registrazioni originali.

Quando sei diventato cieco? E’ capitato solo pochi giorni che tu fossi nato.

Cos’è che ti ha fatto ammalare gli occhi? Erano ammalati e i dottori non hanno potuto fare nulla.

Giugno 1983.

Dopo quasi tre anni di cecità trovo che le immagini nella galleria della mia mente si siano in qualche modo scolorite.

Dunque ho trovato molto stressante non ricordare esattamente l’aspetto di mia moglie o come fosse l’immagine di mia figlia e ho scoperto che i ricordi delle fotografie potevo ricatturarle più facilmente.

Mi sembrava di riuscire a ricordare le immagini della mia bambina quando era piccola e di Thomas quando aveva tre anni. E ho qualche vaga impressione ancora dei primi sei o nove mesi della sua vita, prima di perdere completamente la vista e di Elisabeth, che ora ha sedici mesi, non ho ricordi visivi e non li ho mai avuti.

Mi ricordo da adolescente quando il mio occhio sinistro…pensai:“Eh, questa è l’ultima volta che riuscirò a vedere la mia spalla sinistra”. Perdere una spalla è una cosa, perdere un viso è un’altra cosa. Perdere l’immagine del volto è una cosa che ti da l’impressione quasi di essere uno spirito, di avere davanti uno spirito.

(Parla la moglie Marilyn) Abbiamo perso qualcosa di vicino, di intimo, qualcosa di molto speciale tra di noi, e penso che la perdita maggiore per me sia che non riesca a vedermi. E’ semplicemente così: io non posso guardarlo negli occhi e non posso essere vista e non c’è quel tenere una persona nello sguardo, essere tenuta nello sguardo e penso che quando sei molto vicino a qualcuno si tratti di una grandissima perdita.

Essere visti vuol dire esistere e questo l’ho pensato anche quando mia figlia mi ha detto: “Oh, papà, vorrei tanto che tu potessi vedermi”.

Perchè dio non ti aiuta? Dio mi aiuta, mi aiuta in molti modi.

E come? Mi rende forte, mi dà coraggio, ma non it aiuta a riacquistare i tuoi occhi, a riacquistare la vista.

L’unica esperienza di panico che riesco a ricordare ha avuto luogo a dicembre in un buio pomeriggio in cui era stato predetto che sarebbe nevicato. Sono uscito di casa e ho fatto pochissima strada quando ho sentito cresere in me una grande sensazione di dubbio ed incertezza. Ero intensamente consapevole del fatto che stavo camminando nel nulla, attraverso un freddo intenso, ma non stavo andando da nessuna parte ed ero consapevole di essere interamente solo. Ho avuto una sensazione di disastro imminente, mi sono girato e ho cominciato a camminare verso casa e per circa un’ora avevo una disperata sensazione di essere rinchiuso con il bisogno di uscire fuori e sentivo il disperato bisogno di uscirne come se stessi sbattendo la testa contro il muro della cecità. Un disperato bisogno di passare oltre questo velo che mi circondava, uscire nel mondo di luce che c’era di fuori.

Come poteva essere capitata a me questa cosa? Chi poteva chiedermi di vivere tutto questo, di passare tutto questo? Chi aveva il diritto di privarmi della vista di quei bambini il giorno di Natale?

L’immagine che spesso si ripresentava a me nei giorni della mia prima cecità e mi ritornava con talmente tanta forza questa immagine, è quella di essere trasportato sempre più profondamente all’interno di me stesso, nella mente, dove siamo completamente fuori controllo e non siamo in una posizione per poterci fermare.

E questa cosa andava avanti, andava avanti, ma io dovevo fermarmi dovevo saltar fuori da questa cosa e dovevo correre indietro, eppure no, questa cosa mi trasportava sempre più all’interno sempre più in profondita e più profondo e più profondo.

E poi infine avevo l’impressione che se avessi dovuto accettare questa cosa e acconsentirla ne sarei morto perchè sarebbe stato come se la mia volontà di resistere si spezzasse. D’altro canto il non accettare sembra futile perchè la cosa che la persona si rifiuta di accettare è comunque un fatto e quello che ho da dire è che non c’è via di fuga e so che devo andare avanti per trenta, quaranta o più anni così.

La pioggia porta fuori i contorni di ciò che ti circonda in quanto è come se fosse una continua coperta di suoni diversi e particolari e si tratta di un suono ininterrotto che riempie continuamente l’ambiente.

Se fosse possibile far piovere in una stanza allora tutta la stanza prenderebbe una forma e prenderebbe anche una dimensione e devo anche dire che questa è un’esperienza di bellezza.

Invece di essere isolato, tagliato fuori e preoccupato internamente, invece ti viene presentato un mondo e vieni messo in collegamento con un mondo, c’è un mondo che ti parla. Questa esperienza dovrebbe colpire qualcuno per la sua bellezza, la cognizione è bellissima, è bellissimo imparare.

Per avere maggiori informazioni su come è nato questo cortometraggio consultate questa pagina del New York Times

Il trailer del film uscito a luglio 2016 lo potete trovare in questo articolo del The Guardian

Sono consulente psicologa per U.I.C.I. sede di Novara e I.Ri.Fo.R. Novara, per maggiori informazioni leggi questo articolo.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Quando i “genitori elicottero” crescono figli insicuri https://www.maravesco.it/quando-i-genitori-elicottero-crescono-figli-insicuri/ Mon, 23 Jan 2017 23:20:37 +0000 https://www.maravesco.it/?p=1642 Li chiamano “genitori elicottero”, sono tutti quei genitori che si sostituiscono ai figli nella risoluzione dei problemi della vita. L’immagine dell’elicottero rende bene l’idea di un genitore iper-vigile e iper-protettivo, che “sta sopra” al proprio figlio, nel tentativo di prevenirne fallimenti e insuccessi. La locuzione “genitori elicottero” è stata coniata nel lontano 1969, in seguito alla pubblicazione del […]

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Li chiamano “genitori elicottero”, sono tutti quei genitori che si sostituiscono ai figli nella risoluzione dei problemi della vita. L’immagine dell’elicottero rende bene l’idea di un genitore iper-vigile e iper-protettivo, che “sta sopra” al proprio figlio, nel tentativo di prevenirne fallimenti e insuccessi.

La locuzione “genitori elicottero” è stata coniata nel lontano 1969, in seguito alla pubblicazione del libro “Between Parent & Teenager” di Haim Ginnott, nel quale l’autore scriveva: “mia madre si librava su di me come un elicottero”. 

Se le generazioni passate sono cresciute con genitori che lasciavo i figli liberi di sbrigarsela da soli e di sbagliare, i figli di oggi fanno esperienza di un modello genitoriale diverso, per certi versi agli antipodi rispetto al precedente.

PERCHE’ INSEGNARE AI FIGLI A GESTIRE LE DIFFICOLTA’ DELLA VITA?

Se vogliamo che i nostri ragazzi crescano sicuri e forti, dobbiamo insegnare loro come gestire le difficoltà della vita. Questo significa aiutarli poco per volta a prendere l’iniziativa, ad assumersi la responsabilità dei comportamenti che adottano, a capire che gli errori sono inevitabili e, al tempo stesso, una preziosa fonte di apprendimento e di miglioramento continuo.
Accade invece che alcuni genitori si sostituiscano ai figli, affrontando (e a volte anticipando) le difficoltà al posto loro, privandoli così dell’opportunità di mettersi alla prova. In questi casi, pur con tutte le buone intenzioni, il messaggio implicito che viene trasmesso è:

“Non ho fiducia in te, non sei in grado di farlo, quindi lo faccio io per te!”

Questa protezione ad oltranza se da una parte salva i ragazzi dalle conseguenze di comportamenti e azioni, dall’altra li rende insicuri e li deresponsabilizza.

Quando i genitori non permettono ai figli di farsi carico della propria vita e di sperimentare le conseguenze positive e negative di ciò che fanno, corrono il rischio di crescere figli che diventeranno adulti con scarsa fiducia in sé stessi e privi delle necessarie competenze per realizzarsi.

A questo punto la domanda è:

Perché pensiamo che i nostri ragazzi non siano in grado di gestire ciò che noi gestivamo alla loro età?

Certo, i tempi sono cambiati e la società di oggi è ben diversa da quella di ieri, ma questa non dovrebbe essere una giustificazione per rinunciare a insegnare ai nostri ragazzi come badare a sé stessi e ad assumersi la responsabilità delle piccole azioni quotidiane.

Qual è il confine tra aiutare i figli e sostituirsi a loro?

Se non possiamo aspettarci da un bambino di 3 anni che sistemi il letto la mattina appena alzato o faccia  il bucato da solo, un ragazzo di 12 anni di età dovrebbe aver acquisito autonomie sul piano della cura di sé e dell’ambiente in cui vive.

Un aspetto importante riguarda lo studio e lo svolgimento dei compiti: nel tempo i figli dovrebbero sviluppare la capacità di sbrigarsela da soli, apprendendo un buon metodo di studio. E’ doveroso per un genitore controllare che il figlio abbia fatto i compiti; al contrario, farli al posto suo non giova a nessuno. Se ciò accade è importante fermarsi a riflettere su come cambiare questa abitudine: non può essere che un genitore finisca i compiti del figlio, mentre lui è seduto sul divano a giocare alla play-station!

Uno strumento importante nel complesso e delicato compito di crescita di un figlio è l’ascolto. Quando un figlio si rivolge al genitore per esporgli un problema, anziché fornirgli una soluzione “take-away”, proporsi con un atteggiamento di ascolto e curiosità può stimolarlo a trovare dentro di sé la giusta strategia per affrontare la situazione.

Non dimentichiamoci che una piccola esperienza di fallimento fa crescere i ragazzi perché insegna loro a non arrendersi, a lottare per il perseguimento degli obiettivi, a tollerare la frustrazione della sconfitta, a non perdere la stima di sé.

Altrettanto importante sul piano dei rapporti umani è insegnare loro a negoziare i conflitti e  come chiedere scusa.

Non c’è dubbio che la società sia cambiata e che i genitori oggi debbano affrontare sfide e complessità nuove e imprevedibili. Ciò non toglie che l’obiettivo di ogni genitore dovrebbe essere quello di preparare i figli a diventare gli adulti di domani, indipendenti, sicuri e responsabili. Questo naturalmente non accade magicamente quando i figli compiono 18 anni, ma richiede tempo, tanta pazienza, la passione di educare e il coraggio, a volte, di andare controcorrente.

Per concludere, ti lascio alla lettura di un breve ma significativo brano tratto dall’ultimo libro di J.K. Rouling “Harry Potter e la maledizione dell’erede”:

SILENTE: Dev’essere difficile, immagino, veder soffrire il proprio figlio (Harry guarda Silente, poi Albus).

(…)
HARRY: Ho bisogno del suo aiuto. Dei suoi consigli. Bane ha detto che Albus è in pericolo. Come faccio a proteggere mio figlio, Silente?
SILENTE: Chiedi a me, fra tutti, come si fa a proteggere un ragazzo in pericolo? Non possiamo proteggere i giovani. Il dolore deve venire e verrà.

HARRY: E quindi devo stare a guardare?

SILENTE: No, gli devi insegnare come affrontare la vita.

HARRY: E come? Non mi ascolta.

SILENTE: Forse aspetta solo che tu lo veda per quello che è.

(…)

HARRY: E cosa dicono le chiacchiere di me e mio figlio?

SILENTE: Non sono chiacchiere. Sono preoccupazioni. Dicono che fate fatica. Che è un ragazzo difficile. Che ce l’ha con te. Mi sono fatto l’impressione che, forse, tu sia accecato dall’amore per lui.

HARRY: Accecato?

SILENTE: Devi vederlo per quello che è, Harry. Devi capire che cosa lo ferisce.

HARRY: Non lo vedo per quello che è? Che cosa ferisce mio figlio? (Pensa) O dovrei dire chi ferisce mio figlio?

(…)

HARRY: A lungo ho pensato di non essere un buon padre perchè non ti piacevo. Solo adesso ho capito che non ho nessun bisogno di piacerti, mi basta farmi obbedire, perchè sono tuo padre e so che cosa è meglio per te. Mi spiace Albus. E’ così che dev’essere.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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PODCAST: Il SALOTTO DELLA PSICOLOGA – Dott.ssa Mara Vesco https://www.maravesco.it/podcast-salotto-della-psicologa-dott-ssa-mara-vesco/ Thu, 19 Jan 2017 08:26:23 +0000 https://www.maravesco.it/?p=2048 Stay Tuned

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Curare la depressione: è possibile riacquistare la voglia di fare? https://www.maravesco.it/curare-la-depressione-e-possibile-riacquistare-la-voglia-di-fare/ Tue, 17 Jan 2017 10:23:51 +0000 https://www.maravesco.it/?p=1929 E’ possibile curare la depressione? In questo articolo mi concentrerò su un aspetto emblematico della condizione di sofferenza depressiva: l’inibizione, l’incapacità di agire, l’annullamento della progettualità. COSA VUOL DIRE SENTIRSI INCAPACI DI AGIRE? Proverò ad addentrarmi in questo argomento, raccontando la storia di Bartleby lo scrivano, tratta da un racconto di Herman Melville. Un avvocato di […]

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E’ possibile curare la depressione?

In questo articolo mi concentrerò su un aspetto emblematico della condizione di sofferenza depressiva: l’inibizione, l’incapacità di agire, l’annullamento della progettualità.

COSA VUOL DIRE SENTIRSI INCAPACI DI AGIRE?

Proverò ad addentrarmi in questo argomento, raccontando la storia di Bartleby lo scrivano, tratta da un racconto di Herman Melville.

Un avvocato di Wall Street un giorno decise di pubblicare un’inserzione per la ricerca e l’assunzione di un copista. Ecco come andò:

In risposta ad un’inserzione un immobile giovanotto comparve un bel mattino sulla soglia del mio ufficio, essendo la porta aperta perché s’era d’estate. Rivedo ancora quella figura, scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta! Era Bartleby.

L’avvocato, che è anche il narratore del racconto, descrive Bartleby come un uomo solo, senza casa e senza amici.

A poco a poco dal racconto emerge l’atteggiamento distaccato di Bartleby sia nei confronti dell’avvocato e dei colleghi dell’ufficio sia nei confronti della propria vita: non aveva passatempi; non parlava mai, se non interpellato per rispondere; non usciva con i colleghi a pranzo, ma trascorreva gran parte della pausa lavorativa fissando il muro fuori dalla finestra del suo ufficio:

per lunghi periodi restava all’impiedi dinanzi alla sua pallida finestra oltre il paravento, guardando là fuori quel cieco muro di mattoni.

L’incapacità di agire di Bartleby è racchiusa in una frase che utilizzava per sottrarsi in modo educato alle richieste lavorative non inerenti il ruolo di copista per il quale era stato assunto:

“PREFERIREI DI NO”

Ben presto questa espressione finì con il diventare l’unica modalità attraverso la quale Bartleby e l’avvocato si parlavano.

Vi lascio immaginare lo sbalordimento dell’avvocato di fronte a questa risposta, tanto che inizialmente il legale pensò che l’impiegato non avesse ben capito cosa gli veniva chiesto di fare.

Così l’avvocato chiese allo stravagante impiegato di portare a termine altre incombenze lavorative, ma nulla, in cambio ottenne sempre il solito rifiuto:

“PREFERIREI DI NO”

“PREFERIREI DI NO”

“PREFERIREI DI NO”

Il legale si sarà arrabbiato, penserete voi.

Niente affatto.

Può sembrare assurdo ma l’avvocato se da una parte sentiva l’ansia e l’agitazione crescere in lui, dall’altra non riusciva a prendersela con Bartleby. Ecco perchè:

Lo guardai impietrito. Il suo volto era smunto e composto, gli occhi grigi, tranquilli e velati. Non un segno di turbamento lo animava. Fossevi stata, nei suoi modi, la minima traccia d’inquietudine, collera, impazienza o impertinenza; in altre parole, fossevi stato in lui alcun tratto d’ordinaria umanità, senza meno l’avrei cacciato di forza nei miei uffici. (…) Rimasi a scrutarlo per qualche attimo, mentre egli continuava a scrivere, indi tornai a sedermi al mio scrittoio.

Probabilmente oggi Bartleby verrebbe considerato come una persona depressa. Il viso pallido, l’atteggiamento indifferente, il chiudersi in sé stesso, ben descrivono l’esperienza di estraneità e di distacco che vive la persona con depressione.

Bartleby appariva apatico e privo di iniziativa, privo di qualsiasi ambizione.

Il mio esame attento mi permise di concludere che, da tempo indeterminato, Bartleby doveva mangiare, vestirsi e dormire nel mio ufficio, senza un piatto, uno specchio, un letto. Il sedile imbottito di un vecchio e traballante sofà in un angolo recava la lieve impronta di una magra forma distesa. Arrotolata sotto la sua scrivania trovai una coperta, dietro la grata del camino vuoto una scatola di lucido e una spazzola, su una sedia una bacinella di rame con del sapone e un asciugamano a brandelli, in un giornale delle briciole di biscotti allo zenzero e una crosta di formaggio.

Vi ho raccontato questa storia, al limite dell’assurdo, perché Bartleby lo scrivano, a mio modo di vedere, ben rappresenta colui che, privo di motivazione, si sente incapace di agire.

E ALLORA COSA FARE?

Chi soffre di depressione, come lo scrivano del nostro racconto, ha la sensazione di non riuscire più a fare nulla, come se, in termini di energia, qualsiasi azione gli costasse davvero troppo. Quando manca la motivazione non si agisce e di conseguenza il senso di impotenza aumenta. L’umore finisce ancora più in basso, ci si isola dal mondo, immersi nei propri pensieri e nell’autocritica, nell’attesa che la motivazione ritorni.

La domanda su cui può essere utile fermarsi a riflettere è:

Per fare qualcosa è sempre necessario averne voglia?

Se da una parte è vero che per agire bisogna sentirsi motivati, dall’altra è altrettanto vero che è il nostro comportamento a creare la motivazione e ad alimentarla.

Essere disponibili, anziché essere motivati, a fare qualche cosa che fino a ieri ci faceva sentire bene, può essere il primo passo per curare la depressione, uscire dal cortocircuito della depressione.

Più pensiamo, diciamo e crediamo di non essere capaci di fare niente, più alimentiamo il nostro senso di impotenza e ci allontaniamo dalla possibilità di trasformare il disagio in qualcosa di costruttivo, illuminandolo di senso.

Letture consigliate:

Leahy, R. L. (2012). Come sconfiggere la depressione. Un percorso di auto-aiuto. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Melville, H. (1991). Bartleby lo scrivano. Milano: Giangiacomo Feltrinelli Editore.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Come funziona la terapia familiare? https://www.maravesco.it/come-funziona-la-terapia-familiare/ Thu, 12 Jan 2017 16:27:16 +0000 https://www.maravesco.it/?p=1891 Dopo essermi occupata in un precedente articolo di quando può essere utile intraprendere una terapia familiare, nelle prossimi righe risponderò alla domanda: Come funziona la terapia familiare? A differenza della terapia individuale gli incontri hanno una durata maggiore, in media 1 ora e mezza, ed hanno una frequenza quindicinale. Di solito la terapia familiare viene richiesta […]

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Dopo essermi occupata in un precedente articolo di quando può essere utile intraprendere una terapia familiare, nelle prossimi righe risponderò alla domanda:

Come funziona la terapia familiare?

A differenza della terapia individuale gli incontri hanno una durata maggiore, in media 1 ora e mezza, ed hanno una frequenza quindicinale.

Di solito la terapia familiare viene richiesta da uno o entrambi i genitori per una difficoltà del figlio (bambino o adolescente).

Dipinto Ritratto di famiglia del pittore CavalliSecondo i terapeuti della famiglia la personalità di ognuno di noi è influenzata dal rapporto con gli altri. E questo fin dai primi anni di vita. Quindi, quando un bambino manifesta una sofferenza psicologica va preso in carico analizzando la relazione che ha con i genitori, i fratelli e, magari, i nonni. Per comprendere in modo approfondito il disagio portato dalla famiglia e aiutarla nel suo cammino verso il cambiamento, nella stanza della terapia lo specialista pone domande, annota le risposte, osserva i gesti e le modalità di rapportarsi fra i membri della famiglia.

Tutti dicono la loro.

Se è presente un bambino di quattro o cinque anni può esprimersi con un gioco o un disegno.

I genitori, nel mentre, interagendo con lui, partecipando alle sue attività, mettondo in luce i tratti del loro rapporto. Va detto che per i genitori entrare in contatto profondo con le sofferenze del figlio e mettere la loro relazione sotto la lente d’ingrandimento della terapia richiede tanto coraggio.

Ma il risultato vale la fatica.

La terapia familiare si conclude di frequente con successo per i bambini. I bambini sono incredibili, plastici, capaci di enormi cambiamenti. Purché si intervenga in tempo e non si lasci al malessere il tempo di diventare cronico.

Non di rado capita che, quando i bambini stanno meglio, anche i genitori trovino la spinta giusta per mettere a fuoco e risolvere i loro conflitti.

Immagine: “Ritratto di famiglia” di Emanuele Cavalli

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Quando è utile la terapia familiare? https://www.maravesco.it/quando-e-utile-la-terapia-familiare/ Wed, 11 Jan 2017 20:42:18 +0000 https://www.maravesco.it/?p=1871 “Quando è utile la terapia familiare?” è una delle domande che mi vengono rivolte più spesso. Da specialista in questo ambito rispondo dicendo che la terapia familiare è un metodo di lavoro psicologico che giova nelle situazioni in cui colui che manifesta la sofferenza si trova in una condizione di dipendenza dalla famiglia (bambini e adolescenti). Può infatti […]

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Quando è utile la terapia familiare?” è una delle domande che mi vengono rivolte più spesso.

Da specialista in questo ambito rispondo dicendo che la terapia familiare è un metodo di lavoro psicologico che giova nelle situazioni in cui colui che manifesta la sofferenza si trova in una condizione di dipendenza dalla famiglia (bambini e adolescenti).

Può infatti capitare che in famiglia siano i bambini i primi a manifestare forme di malessere psicologico che rappresentano il sintomo più evidente di rapporti familiari in crisi.

Quando dentro le mura di casa un rapporto è incrinato, tutti ne soffrono.

Sono infatti proprio i bambini i primi a risentirne perché sono più sensibili e più fragili degli adulti. Alcuni bambini possono manifestare il disagio stando male a scuola, manifestando incubi notturni, faticando a concentrarsi sui compiti. Così accade sempre più spesso che un giorno mamma, papà e figlio varchino la soglia dello studio di uno psicologo. Ed è probabile che quel primo appuntamento segni l’inizio di una terapia familiare.

Per risolvere i problemi, è necessario un gioco di squadra e rendersi disponibili a mettersi in discussione, insieme.

La-famiglia-di-BoteroLe ricerche hanno infatti messo in evidenza che il malessere del bambino può esprimere i problemi di relazione della famiglia intera e quindi va affrontato assieme a genitori e fratelli in un vero gioco di squadra. Ma il gioco di squadra non è l’unico motivo per cui si privilegia questo metodo. Tutti gli studi in terapia familiare, dagli anni 60′ in poi, sottolineano l’importanza dell’ambiente familiare. Ad un livello più approfondito di analisi, nella maggior parte dei casi si è visto che il malessere dei più piccoli nasce da un disagio nel rapporto con i genitori o con i fratelli.

E’ importante capire che il loro tormento deriva da una difficoltà nella relazione.

Pensiamo a quando in famiglia si manifesta una crisi di coppia, oppure insorgono difficoltà di dialogo fra un genitore e un figlio. Alcuni bambini, per esempio, vivono in una famiglia dove l’amore tra i genitori è in crisi, ne soffrono e lo dimostrano con un comportamento anomalo.

Un esempio?

Può accadere che un bambino si rifiuti di andare a scuola perché avverte delle tensioni tra mamma e papà e non voglia uscire di casa per controllare quello che succede. In situazioni come queste i genitori devono riflettere sul loro rapporto e sul legame con la famiglia d’origine che può condizionarli. Spesso la terapia permette loro di recuperare un buon affiatamento. Talvolta si accorgono di stare assieme solo per i figli e si separano.

Per aiutare il figlio i genitori devono dunque avere il coraggio di mettere la loro relazione sotto la lente d’ingrandimento, essere disposti a farsi coinvolgere.

Per concludere, la terapia familiare è uno spazio di ascolto e dialogo nel quale i membri della famiglia sperimentano modalità diverse e costruttive di stare insieme, si aiutano a vicenda e riscoprono la forza del loro legame. Il punto di vista di tutti i familiari è una preziosa risorsa utile alla costruzione di nuove letture foriere di cambiamento.

In questo articolo ho risposto alla domanda: “Come funziona la terapia familiare?

Leggi di cosa mi occupo.

Immagine: “La famiglia” di Botero

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Sportello di consulenza e supporto psicologico disabilità visiva https://www.maravesco.it/sportello-consulenza-supporto-psicologico-disabilita-visiva/ Tue, 03 Jan 2017 14:26:44 +0000 https://www.maravesco.it/?p=2808 Da Gennaio 2016, è attiva la convenzione che permette agli associati con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, sede di Novara, e ai loro familiari, di accedere a un servizio di supporto psicologico con la dott.ssa Mara Vesco. Il il primo incontro di consulenza è gratuito e per i successivi colloqui è previsto uno sconto del […]

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Da Gennaio 2016, è attiva la convenzione che permette agli associati con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, sede di Novara, e ai loro familiari, di accedere a un servizio di supporto psicologico con la dott.ssa Mara Vesco.

Il il primo incontro di consulenza è gratuito e per i successivi colloqui è previsto uno sconto del 10% sulla tariffa applicata.

La dott.ssa Mara Vesco, psicologa e psicoterapeuta, riveve presso l’ambulatorio sito in Corso Cavallotti 48, Novara.

Per fissare un appuntamento chiamare il numero 366.16.03.769.

Articolo-sportello-supporto-psicologico

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Film e disabilità visiva: citazione cinematografica tratta da “A prima vista” https://www.maravesco.it/film-disabilita-visiva-citazione-cinematografica-tratta-vista/ Mon, 12 Dec 2016 22:23:12 +0000 https://www.maravesco.it/?p=2810 “Da bambino avevo due sogni. Uno era di poterci vedere anch’io. L’altro era di poter giocare ad hockey per i New York Rangers. In seguito alla… al mio miracoloso breve periodo da vedente, potendo scegliere credo che preferirei giocare ad hockey per i New York Rangers. Non che la vista fosse da disprezzare. Ho conosciuto […]

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“Da bambino avevo due sogni. Uno era di poterci vedere anch’io. L’altro era di poter giocare ad hockey per i New York Rangers. In seguito alla… al mio miracoloso breve periodo da vedente, potendo scegliere credo che preferirei giocare ad hockey per i New York Rangers.
Non che la vista fosse da disprezzare. Ho conosciuto tante cose. Alcune erano meravigliose… altre decisamente spaventose. Certe cose le sto… incomincio già a non ricordarle più. Ma certi sguardi particolari, certe occhiate, le nuvole, sono immagini che resteranno impresse dentro di me a lungo anche dopo che sarà calato il buio. Come cieco, devo dire sono convinto di vederci molto meglio di quando avevo gli occhi che mi funzionavano. Perché… secondo me noi non vediamo con gli occhi. Io penso che… che in fondo viviamo nelle tenebre quando non percepiamo la vera essenza di noi stessi, degli altri e della vita. E credo che… che non ci sia operazione che possa farci questo, come è vero che quando uno arriva a scoprire quello che ha dentro di sé, ha già visto tanto. E per questo gli occhi non servono“.

Locandina-film-a-prima-vista

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Vedere oltre il buio. U.I.C.I. Novara https://www.maravesco.it/vedere-oltre-buio-u-c-novara/ Sat, 12 Nov 2016 10:21:53 +0000 https://www.maravesco.it/?p=2806 Video documentario di sensibilizzazione, realizzato dalla sezione UICI di Novara e VCO, inerente il lavoro, l’autonomia e la mobilità delle persone ipo e non vedenti. Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale Archiviato in ARTICOLI Vai alla pagina DISABILITA’

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Video documentario di sensibilizzazione, realizzato dalla sezione UICI di Novara e VCO, inerente il lavoro, l’autonomia e la mobilità delle persone ipo e non vedenti.

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#03 Piccolo manuale di autodifesa verbale: LEGGERE PER CRESCERE https://www.maravesco.it/03-piccolo-manuale-autodifesa-verbale/ Tue, 08 Nov 2016 16:34:28 +0000 https://www.maravesco.it/?p=1583 A tutti, almeno una volta nella vita, sarà capitato di ricevere una battuta inopportuna, un commento indesiderato. In queste situazioni, quando la battuta ci ha colti di sorpresa, magari è accaduto che non siamo riusciti a pronunciare una parola o comunque anche se abbiamo detto qualcosa, il contenuto è stato poco efficace per controbattere al […]

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A tutti, almeno una volta nella vita, sarà capitato di ricevere una battuta inopportuna, un commento indesiderato.

In queste situazioni, quando la battuta ci ha colti di sorpresa, magari è accaduto che non siamo riusciti a pronunciare una parola o comunque anche se abbiamo detto qualcosa, il contenuto è stato poco efficace per controbattere al nostro interlocutore.

Probabilmente, è solo in un secondo tempo, a mente fredda, che ripensando all’accaduto, siamo arrivati a produrre una frase d’effetto che avremmo potuto dire, ma ahimè non siamo stati in grado di pronunciarla al momento opportuno.
Questo naturalmente ci avrà fatto arrabbiare ancora di più.

Di fronte alla stessa situazione c’è anche chi reagisce in modo diverso, ossia risponde subito, a tono, con una controbattuta che tuttavia si rivela altrettanto inopportuna e aggressiva. In questo caso è come se si gettasse benzina sul fuoco, si va ad alimentare un circuito in cui l’aggressività genera altra aggressività.

Su questo argomento di recente ho letto un libro davvero interessante.

L’autrice si chiama Barbara Berkhan, è una psicologa tedesca che si occupa di comunicazione e tiene dei veri e propri corsi di autodifesa verbale.

Il libro che ha scritto si intitola “Piccolo manuale di autodifesa verbale”. Per affrontare con sicurezza offese e provocazioni.

Copertina-piccolo-manuale-autodifesa-verbale

L’autrice sostiene che possiamo difenderci da queste aggressioni applicando sul piano verbale la filosofia e le tecniche di difesa delle arti marziali, in particolar modo dell’aikido.

Secondo l’aikido la difesa è perfetta quando si riesce ad evitare un combattimento o quando si riesce a vanificare l’attacco dell’avversario, facendolo desistere da qualsiasi proposito offensivo.

Il libro è ricco di esempi pratici di autodifesa verbale dai quali ognuno può trarre ispirazione scegliendo di utilizzare le strategie che meglio crede per arrivare a costruire un vero e proprio stile di autodifesa verbale.

Ma veniamo ad un esempio concreto.

“Come controbattere a un cliente supponente e arrogante senza rischiare di perdere il posto?”
Un utile strategia può essere quella di cambiare completamente discorso, passando ad un argomento neutro, per continuare la conversazione in un clima sereno. In questo modo non assecondiamo l’avversario, ossia rispondendo come lui si aspetta, ma, al contrario, lo rendiamo impotente, decidendo noi di cosa parlare. Se l’interlocutore insiste con le battute pungenti, possiamo continuare con determinazione a cambiare discorso, dicendo ad sempio: “A proposito, questa cosa mi fa venire in mente che… e si può continaure deviando il discorso.

Per concludere consiglio la lettura di questo libro per due motivi:

Il primo motivo è che permette di fermarsi a riflettere su ciò che accade in queste situazioni di forte stress, analizzandole con lucidità e fermezza. Solo così si può prendere la giusta distanza per rispondere in modo più consapevole e senza ricorrere ai soliti automatismi.

Un altro  buon motivo è che attraverso questa lettura, imparando a riconoscere le situazioni di aggressione verbale e a gestirle, si impara a sentirsi più sicuri e dunque a migliorare la propria autostima e la propria capacità di affontare con sicurezza le situazioni che sono fonte di stress.

Qui trovi il formato audio dell’articolo Piccolo manuale di autodifesa verbale . Buon ascolto!

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Il dio greco che soffriva di attacchi di panico https://www.maravesco.it/il-dio-greco-che-soffriva-di-attacchi-di-panico/ Thu, 20 Oct 2016 14:16:44 +0000 https://www.maravesco.it/?p=1513 Silvia posò il piede sul primo scalino, senza quasi accorgersene. Mentre saliva la breve rampa di scale che la conduceva in aula, cercava di ricordare i punti salienti dei libri di testo che aveva studiato negli ultimi mesi. Stava per entrare in aula, in sottofondo sentiva il ronzio dei presenti all’esame orale, voci indecifrabili, come […]

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Silvia posò il piede sul primo scalino, senza quasi accorgersene.

Mentre saliva la breve rampa di scale che la conduceva in aula, cercava di ricordare i punti salienti dei libri di testo che aveva studiato negli ultimi mesi.

Stava per entrare in aula, in sottofondo sentiva il ronzio dei presenti all’esame orale, voci indecifrabili, come una radio non sintonizzata sul canale giusto, un po’ come si sentiva lei quel giorno.

Fuori era una giornata d’inverno, uscita di casa aveva sentito l’aria gelida sulla pelle e gli occhi quasi le bruciavano per il freddo, camminava a passo spedito, intanto la neve scendeva copiosa sulla città.

Quando era bambina aspettava con trepidazione l’arrivo delle prime giornate invernali. Le corse in mezzo alla neve, i guanti di lana bagnati, il calore del suo corpo sotto il piumino, le risate di cuore con gli amici e il piacere della casa calda mentre fuori nevicava, tutto questo la riempiva di gioia, una gioia innocente e corposa.

Anche quella mattina nevicava, ma il suo cuore non era spensierato come da bambina.

La notte era passata quasi insonne, il pensiero dell’esame che avrebbe dovuto sostenere il giorno seguente non l’aveva lasciata riposare bene.

Giunta in aula aveva dato una rapida occhiata di perlustrazione, per vedere se c’erano dei posti a sedere rimasti vuoti, andò a sedersi in terza fila, abbastanza lontano per riuscire a ripassare mentalmente i suoi appunti e non troppo vicino da ascoltare le domande dei docenti, cosa che per lei equivaleva a una lenta agonia.

Fecero l’appello.

Un’ora passò.

Ogni tanto Silvia si alzava, usciva dall’aula per andare a passeggiare in corridoio, poi rientrava.

Ancora tre persone, poi finalmente sarebbe arrivato il suo turno.

Il tempo passava molto lentamente.

Cosa sono due ore paragonate al tempo di una vita? Nulla, ne era consapevole, ma questo pensiero non la tranquillizzava affatto.

Il suo momento si stava avvicinando, a brevissimo l’avrebbero chiamata.

Sotto il tavolo le gambe le tremavano. Ripeteva a bassa voce parti del testo, più che altro per tenere la mente occupata.

Le mani erano fredde, come gli capitava sempre quando era in tensione.

Immaginò che in aula non ci fosse nessuno e di essere da un’altra parte, nella speranza di riuscire a superare quel tremendo stato di disagio che le attanagliava il cuore.

Il suo corpo, quel corpo di cui normalmente quasi non se ne accorgeva, ora le pareva meccanico, come se avesse perso la naturalità dei movimenti e necessitasse di olio nei suoi ingranaggi.

Finalmente il docente pronunciò il suo nome, lo udì rimbalzare sulle pareti dell’aula, poi all’improvviso…

Era lì, ferma, impietrita, sentì salire dentro di sé un’ansia incontrollabile: la gola si chiuse; i battiti del cuore parevano impazziti, aumentarono a dismisura, tanto da farle eco nel petto; cominciò a tremare, anche dentro. Si sentì gelare. Le mancava il respiro.
Iniziò a sudare freddo; tutta la sua attenzione si concentrò sulla paura di non riuscire ad alzarsi dalla sedia, ad arrivare fino alla scrivania, ad esprimersi, a ricordare.

Tutta d’un tratto si trovò catapultata dentro una forza paralizzante e le sembrò di vivere un’esperienza dannatamente pazzesca.

Hai mai vissuto un’esperienza simile a quella di Silvia?
Come ne sei uscito?
Cosa consiglieresti alla protagonista della storia?

Ho scritto questo breve racconto per provare a descrivere l’esperienza umana e, come vedremo a breve, divina, conosciuta come “attacco di panico”.
Si tratta di un’esperienza tremenda, in grado di sollecitare, dopo la sua prima manifestazione, una vera e propria ansia anticipatoria, che induce a mettere in atto tutta una serie di strategie, volte ad evitare le situazioni che potrebbero sollecitare il ritorno dell’attacco di panico.

L’attacco di panico di solito è considerato come qualcosa di oscuro, di assurdo, di misterioso, da tener nascosto, vissuto quasi come se fosse una colpa. Ecco allora che la paura genera un’altra paura, la paura di parlarne, per non mostrare le proprie debolezze.

E se ti dicessi che nell’antichità chi soffriva di attacchi di panico era un dio greco, un figlio degli dei, rispettato e valorizzato? Sì, è proprio così.

Aspetta, lascia che ti racconti un’altra storia.
Seguimi.
La parola “PANICO” trae origine dalla divinità greca “PAN”, considerato un dio potente e selvaggio, raffigurato con sembianze spaventose, metà uomo e metà caprone.

Il dio Pan viveva nei boschi, correndo e danzando con le ninfe protettrici e pascolando le sue greggi. In sostanza rappresentava sia il divertimento sia l’istinto e la forza selvaggia e dirompente della natura.

La leggenda narra che di notte spaventasse con rumori terrificanti i viandanti che si avventuravano nel bosco.

Non solo, alcuni racconti ci dicono che lo stesso Pan venne visto fuggire per la paura da lui stesso provocata. Ebbene sì, hai letto bene, un antico dio greco che scappa spaventato, in preda agli attacchi di panico!

Arrivato fin qui avrai compreso che se anche un dio greco, onorato e rispettato, soffre di attacchi di panico…

Bene, penso che tu abbia capito il senso…

Senza dilungarmi troppo nello spiegare la storia del dio Pan, voglio invece concentrarmi sul fatto che i viandanti e, come abbiamo visto, la stessa divinità greca, alla stregua di coloro che soffrono di attacchi di panico, si sentono come una preda, ossia senza via di scampo, imprigionati da UNA FORZA INCONTROLLABILE DELLA NATURA CHE LI GOVERNA.

Cosa voglio dire con questo?

La perdita di controllo su quanto avviene, la sensazione di non familiarità con ciò che sta accadendo, permettono di equiparare l’attacco di panico alla forza della natura, nella personificazione del dio Pan, che si manifesta all’improvviso.

Come I VIANDANTI SI PERDONO NEL BOSCO e sono spaventati dai sordi rumori che odono nella notte, anche coloro che soffrono di attacchi di panico vivono una situazione in cui PERDONO IL SENSO DI IDENTITA’ e sono sopraffatti da emozioni e sensazioni fortissime e incontrollabili.

Per concludere, come ben puoi comprendere, ora puoi scegliere.

Puoi decidere se è giunto il momento di “vedere” coraggiosamente, in uno spazio protetto, ciò che ti terrorizza e ti fa soffrire, correndo il rischio di incontrare la forza istintuale e l’ignoto che ognuno di noi si porta dentro, ma con l’obiettivo di trasformare la forza panica in conoscenza di Sè.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Quel giorno Marco perse il lavoro https://www.maravesco.it/oggi-ti-racconto-una-storia-quel-giorno-steve-perse-il-lavoro/ Wed, 07 Sep 2016 17:05:27 +0000 https://www.maravesco.it/?p=1480 Marco perse il lavoro e per la prima volta nella sua vita si sentì un fallito. All’improvviso il mondo smise di girare, la sua vita pareva essersi fermata. Era successo tutto molto in fretta, l’accaduto lo aveva stordito e non riusciva a farsene una ragione. Era come se un uragano si fosse abbattuto sulla sua esistenza, lasciando dietro […]

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Marco perse il lavoro e per la prima volta nella sua vita si sentì un fallito.

All’improvviso il mondo smise di girare, la sua vita pareva essersi fermata.

Era successo tutto molto in fretta, l’accaduto lo aveva stordito e non riusciva a farsene una ragione.

Era come se un uragano si fosse abbattuto sulla sua esistenza, lasciando dietro di sé una montagna di macerie.

Una domanda non gli usciva dalla testa: perchè proprio a me? Lavorava in azienda da quindici lunghi anni, aveva sempre svolto il suo lavoro onestamente, con sacrifico e dedizione. Nel tempo gli avevano assegnato incarichi di maggiore responsabilità, ora invece di punto in bianco gli era arrivata la legnata: non avevano più bisogno di lui.

Perchè? Perchè? Perchè?

Ricordava ancora quel maledetto giorno, eccome se se lo ricordava. Il suo superiore lo aveva chiamato al telefono: “Venga in ufficio,ho bisogno di parlarle” aveva detto. Con poche parole e uno sguardo glaciale gli aveva consegnato la lettera, lui la prese e lesse quanto bastava per capire che lo stavano licenziando. Poi tornò in ufficio, stordito, impossibilitato a pensare, si risedette alla scrivania come se nulla fosse accaduto. Faceva, ma senza fare, la sua testa era altrove. Poi prese una scatola e radunò i suoi oggetti, fra lo sguardo incredulo dei colleghi.

Ora gli capitava di guardare al suo futuro senza vedere uno spiraglio di luce, e quando la sofferenza diventava insopportabile, piangeva.
Cosa ne sarebbe stato di lui? E della sua famiglia? E se non avesse trovato un altro lavoro?

Capita sempre più spesso di sentire storie come questa. E’ importante che le persone non si chiudano in sé stesse, ma condividano questi momenti di difficoltà con i propri cari, andando oltre l’imbarazzo e la vergogana.

Dalle situazioni più drammatiche possono nascere reti di solidarietà che permettono di trasformare i problemi della vita in momenti costruttivi, per nuovi e inaspettati progetti con altre persone, per migliorare o scoprire le proprie capacità.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Lascia che ti racconti una storia… https://www.maravesco.it/lascia-che-ti-racconti-una-storia/ Thu, 01 Sep 2016 14:18:50 +0000 https://www.maravesco.it/?p=1452 Lascia che ti racconti una storia… Secondo un’antica leggenda lo psicologo si occupa solo ed esclusivamente di disagio psicologico. Non ti nascondo che anche io, quando iniziai a studiare psicologia, la pensavo suppergiù allo stesso modo: ero interessata a comprendere che cosa determinava l’umana sofferenza e soprattutto cosa si poteva fare per superare il disagio psicologico. Ero giovane. Con uno sguardo acerbo […]

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Lascia che ti racconti una storia…

Secondo un’antica leggenda lo psicologo si occupa solo ed esclusivamente di disagio psicologico.

Non ti nascondo che anche io, quando iniziai a studiare psicologia, la pensavo suppergiù allo stesso modo: ero interessata a comprendere che cosa determinava l’umana sofferenza e soprattutto cosa si poteva fare per superare il disagio psicologico.

Ero giovane. Con uno sguardo acerbo osservavo il mondo, ancora non sapevo dove mi avrebbe portato il mio viaggio, quali ostacoli avrei dovuto superare e quale tesoro avrei scoperto.

Da allora sono passati tanti anni e la psicologia è entrata PROFONDAMENTE nella mia vita.

Così è stato.

L’ho osservata,
studiata,
condivisa,
ascoltata,
messa in discussione,
provata sulla mia stessa pelle.

Poi un giorno ho capito, finalmente.

Ho capito che mentre io la studiavo, lei lentamente, e senza che me ne accorgessi, mi stava cambiando, in meglio.

Imparai anche che studiare la psicologia è diverso dal VIVERLA. Vivere la psicologia equivale a intraprendere un percorso altamente evolutivo che presuppone determinazione e coraggio. D’altra parte, ogni viaggio di scoperta, dentro o fuori di noi, implica una o più prove da superare, quindi anche una certa dose di rischio.

Ma come scrisse Holderlin:

“Dove c’è rischio

cresce anche quello che salva,

questa è la speranza migliore,

però dove c’è quel che salva

cresce anche il rischio…”

Oggi sono riconoscente alla psicologia perché mi ha fatto il dono di darmi una grande opportunità di conoscenza e di evoluzione, senza le quali non sarei quel che sono, al di là delle mille approssimazioni e imperfezioni, degli infiniti errori, del moltissimo che attende ancora di essere scoperto e costruito in me e intorno a me.

Ogni viaggio è un’opportunità di scoperta di nuovi orizzonti di conoscenza e di immaginazione.

Immagina se la psicologia fosse un modo di approcciarsi alla vita.
Immagina se rivolgersi ad uno psicologo fosse un’occasione per imparare a conoscere se stessi, prevenire i disagi psicologici e scoprire le preziose risorse che abbiamo dentro di noi.
Immagina se rivolgersi ad uno psicologo significasse sentirsi forti, perché si è avuto il coraggio di prendere a due mani la responsabilità del proprio benessere, cercando di capire chi siamo, cosa vogliamo e come possiamo migliorarci.

Oggi io riesco a immaginare tutto questo e mi sembra un modo molto saggio di avere cura di sè.

E tu? Cosa senti, cosa immagini, quali viaggi di scoperta ti hanno portato lontano?

Questa è la mia storia.

Come tutte le storie che ci hanno raccontato da bambini, anche questa storia ha un lieto fine: le difficoltà sono una realtà che appartiene alla vita.  La differenza sta tutta nel come affrontiamo i problemi! Non esistono soluzioni magiche o consigli pratici che vadano bene a tutti, ma se ci accorgiamo che le condizioni di sofferenza diventano intollerabili, è importante ricordarsi che non siamo soli e si può chiedere consiglio a uno specialista.

Siamo qui per crescere, come singoli e nella relazione con gli altri. La psicologia è una grande opportunità.

Fine della storia. Grazie per avermi seguito fin qui e buon proseguimento del viaggio…

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Chi è lo psicologo? Il mio intervento su Bluradio https://www.maravesco.it/chi-e-lo-psicologo-il-mio-intervento-su-bluradio/ Mon, 11 Jul 2016 18:59:25 +0000 https://www.maravesco.it/?p=1289 Chi è lo psicologo? Di cosa si occupa? Quando rivolgersi ad uno psicologo? Tratto di questi argomenti nel mio intervento andato in onda il 6 Luglio su BluRadio durante il programma “Filo Conduttore” condotto da Giuse Vitali. Buon ascolto!   Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale Archiviato in ARTICOLI Vai alla pagina PSICOLOGIA

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Chi è lo psicologo? Di cosa si occupa? Quando rivolgersi ad uno psicologo? Tratto di questi argomenti nel mio intervento andato in onda il 6 Luglio su BluRadio durante il programma “Filo Conduttore” condotto da Giuse Vitali.

Buon ascolto!

 

Radio intervista, chi è lo psicologo?

https://www.maravesco.it/wp-content/uploads/2016/07/FiloConduttore06062016.mp3

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Depressione Post-Partum. Riconoscere e prevenire scommettendo sulla coppia https://www.maravesco.it/depressione-post-partum-riconoscere-e-prevenire/ Fri, 03 Jun 2016 08:00:56 +0000 https://www.maravesco.it/?p=75 Depressione post-partum: ne sentiamo parlare, sempre più spesso, su giornali, in internet e in tv. Dai dati della letteratura scientifica emerge che nei paesi occidentali circa il 10%-15% delle donne sviluppano uno stato di depressione in seguito alla nascita del loro bambino (in prevalenza tra la quarta e l’ottava settimana dopo il parto) con giornate scandite da […]

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Depressione post-partum: ne sentiamo parlare, sempre più spesso, su giornali, in internet e in tv. Dai dati della letteratura scientifica emerge che nei paesi occidentali circa il 10%-15% delle donne sviluppano uno stato di depressione in seguito alla nascita del loro bambino (in prevalenza tra la quarta e l’ottava settimana dopo il parto) con giornate scandite da senso di solitudine, svuotamento, tristezza e importanti ricadute a livello individuale, familiare e sociale.

Prevenire questi stati si può:

porsi in situazione di ascolto, da parte di familiari, amici e figure professionali che gravitano attorno alla donna, è la condizione necessaria per cogliere i segnali premonitori d’esordio e intervenire in modo tempestivo, offrendo un supporto materiale e psicologico.Madri-con-depressione-post-partum

Bassa autostima, situazioni stressanti nel corso dell’ultimo anno, mancanza di aiuto e di supporto emotivo e materiale da parte del partner, stati d’ansia durante la gravidanza, problemi di salute del neonato, sono riconosciuti come possibili fattori di rischio che aumentano e aggravano il senso di stress e di fatica percepiti dalla donna, generando vissuti di frustrazione, inadeguatezza e tristezza.

Tra i principali campanelli d’allarme, che dovrebbero spingere a chiedere aiuto, vi sono

• le crisi di pianto,

• la perdita o l’aumento dell’appetito,

• una irritabilità che perdura da almeno due settimane,

• sentimenti negativi verso la maternità o il bambino.

La nascita di un figlio è un evento speciale, carico di aspettative ed emotivamente coinvolgente, talvolta accompagnato da difficoltà fisiologiche per la neo-mamma che, insieme al partner, è chiamata ad affrontare importanti cambiamenti sia psicologici che relazionali. Vediamoli insieme.

Definizione di una nuova immagine di sè: non più solo donna e moglie/compagna, ma anche madre immersa nella coinvolgente relazione con il proprio bambino.

Trasformazione del legame di coppia: con la gravidanza e la nascita del bambino la coppia deve imparare, giorno dopo giorno, un modo nuovo di stare insieme e di comunicare.

Cambiamenti che riguardano il rapporto con i propri genitori: la gravidanza permette di riconoscere e comprendere la figura di uomo e donna che stanno dietro ai ruoli della propria madre e della proprio padre e richiede una contrattazione dei “giusti modi” e delle “giuste distanze” per stare insieme.

Significativi cambiamenti sul piano organizzativo: gli impegni familiari aumentano e rilevanti sono le variazioni nei ritmi, nelle abitudini, nella gestione del tempo, nonché l’interazione con specialisti e strutture che accompagnano i genitori nella crescita del figlio.

La depressione post-partum è in contrasto con l’immaginario collettivo che idealizza la maternità come un momento esclusivamente gioioso e felice, mentre il vissuto privato mette in luce una varietà di stati d’animo alcuni dei quali rischiano di rimanere incompresi proprio perché inammissibili e dunque poco condivisibili.

A ben vedere la nascita è un evento che ogni donna vive a modo suo, attribuendole un significato, delle aspettative e motivazioni (più o meno consapevoli) che sono in continuità con la sua storia passata e con il suo modo di essere. Ma la nascita è un evento che coinvolge oltre la donna, anche il partner e le famiglie estese.

In tal senso, un’efficace strategia di prevenzione e di intervento precoce passa attraverso il rafforzamento dei legami, in primis quello di coppia.

Una solida relazione di coppia, che funziona ed è affettivamente appagante, è forse il miglior antidoto contro la depressione post-partum in quanto permette di cogliere e soprattutto prevenire eventuali elementi di disagio prima che assumano una rilevanza clinica.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

Letture consigliate:

Ammaniti, M., Cimino, S. & Trentini, C. (2007). Quando le madri non sono felici. La depressione post-partum. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore.

Beck, C. T. (2001). Predictors of postpartum depression: an update. Nursing research, 50, 275-285.

Binda, W. & Rosnati, R., (Eds.) (1997). Diventare famiglia. Milano: Franco Angeli.

Brustia Rutto, P. (1996). Genitori. Una nascita psicologica. Torino: Bollati Boringhieri.

Eberhard-Gran, M., Tambs, K., Opjordsmoen, S., Skrondal, A. & Eskild, A., (2004). Depression during pregnancy and after delivery: A repeated measurement study. Journal of Psychosomatic Obstetrics & Gynecology, 25, 15-21.

Lee, D.T.S., Yip, S.K., Leung, H.C.M. & Chung, T.K.H. (2000). Identifying women at risk of postnatal depression: prospective longitudinal study. Hong Kong Medical Journal, 6, 4, 349-354.

O’Hara, M. V. & Swain, A. (1996). Rates and risk of postnatal depression. A meta-analysis. International Review of Psychiatry, 8, 37-54.

Vesco, M., Prastaro, M., Dipaola, D. & Gandino, G. (2009). La narrazione dell’esperienza della gravidanza come luogo di elaborazione e ridefinizione dell’immagine di sé e delle relazioni significative. Poster presentato alla Conferenza sulla Comunicazione per la Salute 2009, Università degli Studi di Milano.

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Come riconoscere la depressione (VIDEO) I had a black dog, his name was depression https://www.maravesco.it/come-riconoscere-la-depressione-video-had-black-dog-his-name-was-depression/ Fri, 27 May 2016 15:46:46 +0000 https://www.maravesco.it/?p=1199 Come riconoscere la depressione? “I had a black dog” è un cortometraggio nel quale la depressione viene raffigurata come un enorme e spaventoso cane nero che impedisce di vivere serenamente. Per chi soffre di depressione non è facile parlarne: “la mia più grande paura era essere scoperto. Mi preoccupavo del giudizio della gente. A causa […]

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I had a black dog” è un cortometraggio nel quale la depressione viene raffigurata come un enorme e spaventoso cane nero che impedisce di vivere serenamente. Per chi soffre di depressione non è facile parlarne: “la mia più grande paura era essere scoperto. Mi preoccupavo del giudizio della gente. A causa della vergogna, ero costantemente preoccupato che potessi essere scoperto. Così cominciai a investire una energia smisurata a nascondermi. (…) Se sei in difficoltà, non avere mai paura di chiedere aiuto”.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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#02 Favole via e-mail: LEGGERE PER CRESCERE https://www.maravesco.it/02-favole-via-email/ Thu, 12 May 2016 13:17:52 +0000 https://www.maravesco.it/?p=1002 Quanto è importante dare voce alla parte creativa, spontanea e spensierata che portiamo dentro di noi? In questo podcast propongo alcune riflessioni sul nostro “Io-bambino“, prendendo spunto dal libro “Favole via E-mail. 20 piccole grandi fiabe per divoratori di storie“, scritto da Maurizio Malavasi e Valerio Ciardi (Ed. GIV, 2015). Buon ascolto! Il brano musicale inserito […]

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Quanto è importante dare voce alla parte creativa, spontanea e spensierata che portiamo dentro di noi? In questo podcast propongo alcune riflessioni sul nostro “Io-bambino“, prendendo spunto dal libro “Favole via E-mail. 20 piccole grandi fiabe per divoratori di storie“, scritto da Maurizio Malavasi e Valerio Ciardi (Ed. GIV, 2015). Buon ascolto!

Il brano musicale inserito nel podcast è Hachiko (The Faithful Dog) dei The Tokio Connection, album Wake up. Licenza Creative Commons.

Qui puoi ascoltare il podcast Favole via e-mail. Buon ascolto!

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta sistemico-relazionale

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Fotografia e depressione. “Soul pain” di Vanni Stroppiana https://www.maravesco.it/fotografia-e-depressione-soul-pain-di-vanni-stroppiana/ Thu, 28 Apr 2016 14:13:43 +0000 https://www.maravesco.it/?p=949 Abbiamo già parlato in un articolo passato di fotografia e depressione. Oggi ho ricevuto una bella e inaspettata e-mail. L’articolo che avevo scritto si occupava del progetto fotografico “Soul pain” di Vanni Stroppiana, una sequenza di 29 immagini riguardanti i vissuti della depressione. Ringrazio Vanni Stroppiana per avermi scritto e per il bel messaggio di speranza […]

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Abbiamo già parlato in un articolo passato di fotografia e depressione. Oggi ho ricevuto una bella e inaspettata e-mail. L’articolo che avevo scritto si occupava del progetto fotografico “Soul pain” di Vanni Stroppiana, una sequenza di 29 immagini riguardanti i vissuti della depressione. Ringrazio Vanni Stroppiana per avermi scritto e per il bel messaggio di speranza che vuole trasmettere con questo progetto.

Ecco la mail:

Buonasera Dott.ssa M. Vesco,
navigando su internet ho letto il suo commento riferito al mio racconto fotografico sulla depressione.Sono immagini autoscattate e,credo di aver trasmesso un messaggio di speranza che si può guarire.Personalmente mi sono trovato ad annasparte con “lei” per alcuni anni ma, fortunatamente,è acqua passata.Il mio portfolio (siccome mi occupo anche di fotografia) ha avuto molto successo,sia dalle persone addette come alle persone comuni,che mi chiedevamo speranza.Ho avuto addirittura,la fortuna,di essere invitato due o tre volte alla facoltà di Psicologia di Torino per raccontare agli studenti il mio vissuto.
Grazie e cordiali saluti.
Vanni STROPPIANA

L’articolo e le immagini le trovate in questo link.

http://goo.gl/25t0YQ

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Perchè è difficile combattere l’ansia e la depressione? https://www.maravesco.it/perche-e-difficile-combattere-ansia-e-depressione/ Wed, 20 Apr 2016 20:41:01 +0000 https://www.maravesco.it/?p=896 Oggi proviamo a capire perché l’ansia e la depressione sono così difficili da combattere. Ce lo illustra un fumetto. Si chiama Nick Seluk, è il disegnatore del popolare fumetto pubblicato sul web “Yeti Awkward”, ha illustrato la storia scritta da Sarah Flanigan, una lettrice che soffre di disturbi d’ansia e depressione. Di che cosa parla questa storia?  […]

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Oggi proviamo a capire perché l’ansia e la depressione sono così difficili da combattere. Ce lo illustra un fumetto.

Si chiama Nick Seluk, è il disegnatore del popolare fumetto pubblicato sul web “Yeti Awkward”, ha illustrato la storia scritta da Sarah Flanigan, una lettrice che soffre di disturbi d’ansia e depressione.

Di che cosa parla questa storia? 

Si tratta di una storia molto semplice, rende bene l’idea dei vissuti che accompagnano chi soffre di ansia e di depressione, condizioni di malessere psicologico rispetto alle quali spesso è difficile individuare una via d’uscita. Il fumetto è un invito a non mollare mai e a riprendere in mano la propria vita, fortificandosi nei periodi in cui si sta meglio.

Riporto di seguito le immagini con la traduzione in italiano.

Prima-immagine-fumetto-depressione

Soffro di ansia e di depressione

Seconda-immagine-fumetto-depressione

e anche se prendo le medicine, ci sono dei giorni in cui devo sforzarmi per uscire dal letto

Terza-immagine-fumetto-depressione

e non posso fare appello all’energia e alla motivazione per fare le cose

Quarta-immagine-fumetto-depresisone

E mia mamma mi dice cose come: “Cos’è successo? Eri così felice e piena d’energia ieri, hai fatto un sacco di cose…”

(rabbrividisco se penso a lei che mi dice queste cose)

Quindi-immagine-fumetto-depressione

Quindi le ho parlato: depressione e ansia giocano nella stessa squadra ed io sono nella squadra avversaria

Sesta-immagine-fumetto-depressione

Il loro unico obiettivo è buttarmi giù

Settima-immagine-fumetto-depressione

Mi fanno diventare paranoica. “La butto lì, ma sono praticamente sicuro che i tuoi amici ti parlano dietro alle spalle”

Mi fanno sentire inutile. “Va bene dai, probabilmente si divertirebbero di più senza di te in ogni caso”

Ottava-immagine-fumetto-depressione

Mi rubano tutta l’energia e la motivazione. “Sono in paranoia amico, e se poi lei lo dice a qualcuno?” (Energia)

“Non ti preoccupare, le ho rubato anche la motivazione” (Motivazione)

Nona-immagine-fumetto-depressione

Tuttavia, qualche volta vanno in vacanza. “Ne abbiamo rubato abbastanza? Quanto ci vuole per arrivare là?”

Decima-immagine-fumetto-depressione

Io non so mai quanto dura la loro vacanza, comunque durante quel periodo riesco a…

Undicesima-immagine-fumetto-depressione

… fare…

 Leggi l’articolo in originale

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#01 Storia di uno scoiattolo che voleva ricominciare a vivere: LEGGERE PER CRESCERE https://www.maravesco.it/01-storia-di-uno-scoiattolo-che-voleva-ricominciare-a-vivere/ Fri, 08 Apr 2016 14:38:43 +0000 https://www.maravesco.it/?p=859 Era da un po’ che pensavo di registrare dei podcast sul tema della crescita personale.Oggi ho il piacere di condividere con voi il primo germoglio di questa nuova avventura. Buon ascolto! Qui puoi ascoltare il podcast Storia di uno scoiattolo che voleva ricominciare a vivere. Buon ascolto! Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale Archiviato […]

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Era da un po’ che pensavo di registrare dei podcast sul tema della crescita personale.Oggi ho il piacere di condividere con voi il primo germoglio di questa nuova avventura. Buon ascolto!

Qui puoi ascoltare il podcast Storia di uno scoiattolo che voleva ricominciare a vivere. Buon ascolto!

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Alcuni segnali della depressione in adolescenza https://www.maravesco.it/alcuni-segnali-della-depressione-in-adolescenza/ Thu, 07 Apr 2016 08:58:02 +0000 https://www.maravesco.it/?p=839 Cosa sapete della depressione in adolescenza? Secondo uno stereotipo comune gli adolescenti sono lunatici. Anche se i cambiamenti d’umore e la confusione possono caratterizzare la fase adolescenziale, la depressione è una condizione clinica diversa, è un disturbo dell’umore che a volte può anche portare a pensieri e comportamenti suicidari. Fino a poco tempo fa, si pensava che […]

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Cosa sapete della depressione in adolescenza? Secondo uno stereotipo comune gli adolescenti sono lunatici. Anche se i cambiamenti d’umore e la confusione possono caratterizzare la fase adolescenziale, la depressione è una condizione clinica diversa, è un disturbo dell’umore che a volte può anche portare a pensieri e comportamenti suicidari.
Fino a poco tempo fa, si pensava che i bambini e gli adolescenti non soffrissero di disturbi dell’umore come la depressione e il disturbo bipolare. Purtroppo non è così.

Le statistiche ci dicono che:

L’età media di insorgenza della depressione è 14 anni. Entro la fine del loro adolescenza, il 20% dei ragazzi avrà sofferto di depressione. Più del 70% migliorerà attraverso il trattamento, anche con la terapia. L’80% dei ragazzi non ricevono aiuto per la depressione. Sappiamo che la depressione non trattata può sfociare in abuso di sostanze, insuccesso scolastico, bullismo, disturbi alimentari e persino il suicidio.

Qual è la differenza tra la depressione clinica e l’ordinario malumore di un adolescente?

Di seguito sono riportati alcuni dei segnali che i genitori dovrebbero prendere in considerazione. Se tali sintomi durano per almeno due settimane, potrebbe trattarsi di depressione:

uno stato d’animo irritabile, triste, un senso di vuoto o di mancanza di senso della vita; perdita di interesse per lo sport, il ritiro dalle relazioni amicali e familiari, problemi pervasivi nelle relazioni; alterazioni dell’appetito, aumento o perdita di peso; prolungamento delle attività fino a tarda notte, insonnia o ipersonnia, problemi ad alzarsi la mattina, arrivare spesso in ritardo a scuola; agitazione o lentezza fisica, camminare avanti e indietro e o comportamenti agitati o ripetitivi; perdita di energia, ritiro sociale, il ritiro da attività abituali, noia; fare commenti critici su se stessi, problemi di comportamento a scuola o a casa, eccessiva sensibilità al rifiuto; scarso rendimento a scuola, un calo nelle prestazioni scolastiche o assenze frequenti; frequenti lamentele di dolore fisico (mal di testa, mal di stomaco); scritti sul tema della morte, commenti del tipo “Tu starai sicuramente meglio senza di me.”

Qualunque sia la causa, la depressione non è qualcosa di cui vergognarsi e non è da trascurare, ma necessita di essere presa in carico in modo tempestivo, dando informazioni e sostegno anche alla famiglia.

Leggi l’articolo in originale

Il mio pensiero

L’adolescenza è un periodo di transizione nel corso del quale i ragazzi affrontano ed elaborano il distacco dai genitori, sono chiamati ad accettare i propri limiti, ad affrontare le delusioni rispetto a sogni e progetti, a ridimensionare il loro senso di onnipotenza. L’adolescenza è dunque una fase delicata della vita nel corso della quale è possibile che si manifestino disturbi psicologici come la depressione. L’umore depressivo in adolescenza è fisiologico quando è transitorio e riconducibile a specifiche situazioni ambientali.

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La depressione raccontata per immagini https://www.maravesco.it/la-depressione-raccontata-per-immagini/ Wed, 23 Mar 2016 23:55:08 +0000 https://www.maravesco.it/?p=787 Come far capire a chi non ha mai sofferto di depressione quali sono i vissuti che accompagnano questa condizione di sofferenza psicologica? Non è semplice, le parole sono importanti, ma a volte non bastano. E allora possiamo provare con le immagini. Vi propongo il progetto “Soul Pain” del fotografo torinese Vanni Stroppiana. Vi invito a guardare […]

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Come far capire a chi non ha mai sofferto di depressione quali sono i vissuti che accompagnano questa condizione di sofferenza psicologica? Non è semplice, le parole sono importanti, ma a volte non bastano. E allora possiamo provare con le immagini. Vi propongo il progetto “Soul Pain” del fotografo torinese Vanni Stroppiana. Vi invito a guardare queste immagini dalla prima all’ultima, come se fossero il racconto di una storia che inizia con un cielo grigio e buio, metafora della fatica, della pesantezza e delle difficoltà quotidiane e termina con la fotografia di un cielo nel quale le nuvole, seppur presenti, si sono squarciate, lasciando passare la luce del sole, metafora della speranza che ritorna.

L’autore di questo progetto è stato particolarmente attento a focalizzare l’attenzione su diversi aspetti dell’esperienza depressiva. Ogni foto rappresenta uno stato d’animo ben definito, profondamente e umanamente vissuto.

Alcune immagini sono autoscatti in cui il fotografo punta l’attenzione su particolari del volto: le rughe della fronte e dunque i mille pensieri che passano per la testa; la piega della bocca e l’espressione degli occhi per rappresentare la tristezza e la malinconia.

La depressione è una condizione clinica che si manifesta su tutto il corpo con sintomi quali la stanchezza perenne, la sensazione di freddo, le alterazioni del sonno e dell’appetito. Anche la percezione del tempo cambia, il tempo pare fermarsi, diventa interminabile.

Per chi soffre di depressione ogni giorno è vissuto come un percorso in salita, iniziare la giornata al mattino diventa un’impresa perché il mondo e la vita appaiono tristi e senza colori, ci si ritrova rannicchiati su sé stessi, in posizione di chiusura, come nelle immagini proposte dal fotografo.

Nel progetto fotografico Stroppiana propone alcune immagini che riguardano il passato, l’infanzia, come a indicare che la strada per uscire dal vissuto depressivo può passare anche attraverso il recupero degli affetti familiari, dei valori più cari e dal mettere ordine fra i pensieri.

Nel complesso le foto sono molto espressive e suscitano tante altre riflessioni. Io mi fermo qui, anche se ci sarebbe molto altro da dire.

Ora vi invito a GUARDARE LE 29 FOTOGRAFIE di Vanni Stroppiana. Buona visione!

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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7 miti sulla depressione https://www.maravesco.it/7-miti-sulla-depressione/ Tue, 22 Mar 2016 20:01:19 +0000 https://www.maravesco.it/?p=783 La depressione è spesso concepita come una sorta di “raffreddore” dei disturbi mentali, in virtù della sua diffusione. Secondo le statistiche, nel corso della vita, ad 1 persona su 9 potrebbe essere diagnosticata una condizione di malessere depressivo. A differenza di altre condizioni di sofferenza psicologica, la depressione ha delle ricadute su ogni aspetto della vita e sulle […]

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La depressione è spesso concepita come una sorta di “raffreddore” dei disturbi mentali, in virtù della sua diffusione. Secondo le statistiche, nel corso della vita, ad 1 persona su 9 potrebbe essere diagnosticata una condizione di malessere depressivo. A differenza di altre condizioni di sofferenza psicologica, la depressione ha delle ricadute su ogni aspetto della vita e sulle modalità di entrare in relazione con gli altri.
Ecco i sette miti più comuni sulla depressione.

1. Se sono depresso significa che sono “pazzo”, oppure sono un debole.

Trovarsi in una situazione di sofferenza psicologica come la depressione non significa essere “pazzi”, semplicemente significa che si sta attraversando un periodo particolarmente delicato della propria vita. Si può soffrire di depressione, indipendentemente dal fatto di essere “debole” o forti.

2. La depressione è una malattia medica, proprio come il diabete.
La depresisone è un disturbo complesso che può avere radici psicologiche, sociali e biologiche. Il trattamento della depressione che si concentra esclusivamente sulle sue cause fisiche- ad esempio, attraverso la sola somministrazione di farmaci- può essere scarsamente efficace.

3. La depressione è solo una forma estrema di tristezza o di dolore.
Nella maggior parte dei casi, la depressione non è tristezza ordinaria o dolore per una perdita. Se così fosse, la maggior parte delle persone si sentirebbero meglio con il passare del tempo. Nella depressione, il tempo da solo non aiuta, né la forza di volontà. Essere depressi significa provare uno schiacciante sentimento di tristezza e di disperazione, ogni giorno e per nessuna ragione.

4. La depressione colpisce solo anziani, persone perdenti e donne.
La depressione non discrimina in base all’età, al sesso e alla personalità. La depresisone può riguardare uomini, donne, anziani, adolescenti, giovani, persone forti e deboli.

5. Dovrò assumere farmaci o andare in terapia per il resto della vita.
Mentre alcuni medici e anche alcuni professionisti della salute mentale ritengono che i farmaci possono essere una soluzione a lungo termine per le persone che soffrono di depressione, la verità è che la maggior parte delle persone con depressione ricevono un trattamento solo per un determinato periodo di tempo. La quantità di tempo varia da persona a persona in base alla gravità della condizione clinica, la maggior parte delle persone che hanno la depressione non devono assumere farmaci per il resto della loro vita (o andare in psicoterapia per il resto delle loro vite).

6. Tutto ciò che serve per trattare efficacemente la depressione è un antidepressivo.
Affrrontare la depressione non è così facile come prendere una pastiglia. La psicoterapia in combinazione con farmaci può essere il miglior trattamento.

7. Sono condannato!I miei genitori (o nonni o uno zio) avevano la depressione.
Dalle ricerche risulta che avere un parente con la depressione aumenta solo marginalmente  il rischio di soffrire di depressione (10-15%). Durante la nostra infanzia, i nostri genitori e i parenti, ci hanno trasmesso le loro strategie comportamentali e mentali necessarie per fronteggiare le situazioni che si presentano nel corso della vita, ma che possono non essere sempre efficaci quando si tratta di affrontare condizioni di malessere come la depressione (ciò ci rende più vulnerabili rispetto ad essa).

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Il mio pensiero

I miti sono credenze relative ad un certo argomento che hanno a che fare con immagini e credenze trasmesse nel corso delle conversazioni. Se da una parte i miti che riguardano la depressione ci permettono di dare una prima lettura a questa condizione di sofferenza, dall’altra possono impedirci di guardare aspetti mai presi in considerazione e soprattutto di affrontare le situazioni in modo diverso perchè diamo per assodate determinate premesse. Questo articolo è utile per fermarsi a riflettere su alcuni dei miti più diffusi riguardanti la depressione.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Depressione e pensieri nella mente https://www.maravesco.it/depressione-pensieri-nella-mente/ Mon, 14 Mar 2016 20:33:45 +0000 https://www.maravesco.it/?p=735 I pensieri giocano un ruolo fondamentale nel mantenimento della depressione. La psicoterapia cognitivo-comportamentale riconosce una corrispondenza tra i pensieri e le emozioni che viviamo. Pensieri negativi riconducibili alla rabbia inducono a provare rabbia. Pensieri negativi e spaventosi inducono a provare paura. Facciamo l’esempio dell’ansia e della paura. I terapeuti cognitivisti hanno individuato nei loro pazienti […]

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I pensieri giocano un ruolo fondamentale nel mantenimento della depressione.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale riconosce una corrispondenza tra i pensieri e le emozioni che viviamo. Pensieri negativi riconducibili alla rabbia inducono a provare rabbia. Pensieri negativi e spaventosi inducono a provare paura.
Facciamo l’esempio dell’ansia e della paura. I terapeuti cognitivisti hanno individuato nei loro pazienti l’esistenza di pensieri che riguardano la percezione di situazioni di minaccia o pericolo, unitamente ad un vissuto di mancanza di fiducia nella loro capacità di gestire ciò che percepiscono come minaccioso. Detto in altre parole, queste persone percepiscono che qualcosa di poco piacevole sta per accadere loro, ad esempio che non passeranno un esame. Allo stesso tempo, nutrono forti dubbi in merito alla loro capacità di gestire in modo efficace la minaccia rispetto alla quale si sentono in pericolo ( “Cosa farò? Non credo di potercela fare.”).

Inoltre, le persone con disturbi d’ansia, tendono ad essere eccessivamente sensibili rispetto a segnali provenienti dal loro corpo. Le sensazioni provenienti dal corpo vengono percepite come indicatori di una catastrofe imminente, ad esempio che si si avrà un attacco di cuore, oppure che si perderà il controllo o si impazzirà. Accade così che la mente immagina le possibili e peggiori conseguenze. Invece di pensare: “Va bene, questo è solo un giramento di testa…passerà presto”, la persona con disturbo d’ansia pensa:” Sta succedendo di nuovo. Forse sto avendo un attacco di cuore!”. I pensieri che inducono ansia non fanno altro che scatenare sensazioni fisiche sgradevoli, che vengono poi amplificate creando così un circolo vizioso di sensazioni corporee e pensieri d’ansia che in pochi minuti si conclude con un attacco di panico in piena regola.

Al contrario dei pensieri che inducono ansia, rivolti a un futuro di minacce incombenti, i pensieri negativi di natura depressiva riguardano delusioni e fallimenti passati. La persona che soffre di depressione appare bloccata in un passato di recriminazioni e percezioni negative di sé stessa (“Sono solo un perdente”). Anche la persona depressa, al pari della persona ansiosa, guarda al futuro, ma in esso vede uno specchio del passato, aspettandosi fallimenti e delusioni.
I pensieri di rabbia ruotano intorno alla percezione di un’ingiustizia subita (“Come ha potuto trattarmi in questo modo?”), unitamente ad un senso di indignazione (“Giuro che non ho intenzione di lasciarlo andare via così!”).

Di seguito una schematizzazione di alcuni pensieri scatenanti associati a vissuti di depressione. Diventare più consapevoli dei propri pensieri può essere il primo primo passo verso la loro sostituzione di questi pensieri con altri più adatti.

Pensieri scatenanti vissuti depressivi

Tema di fondo: percezione negativa di sé, del mondo in generale, e del futuro

Pensieri scatenanti:

Sto rovinando tutto

Mai niente funziona per me e non funzionerà mai

Cosa c’è di sbagliato in me? Perché non posso essere come gli altri?

Il mondo non mi piace

Nessuno mi ha mai voluto

Perché queste cose succedono sempre a me?

Altri pensieri che sollecitano rabbia

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Il mio pensiero

I pensieri negativi rappresentano solo uno dei sintomi della depressione. Altri sono l’ansia, l’agitazione, sensi di colpa, tristezza persistente, calo di interesse nello svolgere qualsiasi attività quotidiana, alterazioni dell’appetito, del sonno, della stanchezza.  Se correttamente diagnosticata, la depressione può essere curata nell’85% dei casi, prevenendo le conseguenze, anche gravi, derivanti da un mancato trattamento. Un aspetto fondamentale riguarda senz’altro la riduzione dei sintomi psichici, come i pensieri negativi, e fisici della depressione, migliorando le funzioni cognitive e le capacità relazionali. Nell’articolo viene presentato il ruolo giocato dai pensieri negativi nello scatenare e mantenere i vissuti depressivi.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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I Peanuts e la depressione https://www.maravesco.it/i-peanuts-e-la-depressione/ Fri, 11 Mar 2016 21:22:53 +0000 https://www.maravesco.it/?p=690 La traduzione delle immagini dei Peanuts: Questa è la mia “postura da depresso”. Quando sei depresso fa un sacco di differenza il modo in cui ti metti. La cosa peggiore che puoi fare è alzarti e tenere la testa alta, perché così cominci subito a sentirti meglio… Se vuoi goderti davvero la tua depressione, ti […]

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La traduzione delle immagini dei Peanuts:

Questa è la mia “postura da depresso”. Quando sei depresso fa un sacco di differenza il modo in cui ti metti. La cosa peggiore che puoi fare è alzarti e tenere la testa alta, perché così cominci subito a sentirti meglio… Se vuoi goderti davvero la tua depressione, ti devi mettere in questa posizione.

Vignetta-dei-Peanuts

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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Quante sono le persone che ogni anno soffrono di depressione? https://www.maravesco.it/quante-sono-le-persone-che-ogni-anno-soffrono-di-depressione/ Thu, 10 Mar 2016 23:12:31 +0000 https://www.maravesco.it/?p=676 La depressione è una condizione clinica sempre più diffusa. Lo dicono le statistiche. Dai dati raccolti attraverso il censimento ISTAT del 2014 risulta che in Italia la depressione riguarda ben 2,6 milioni di individui, il 4,3% della popolazione. Nelle donne la prevalenza di tale disturbo psicologico è il doppio rispetto a quella degli uomini, dato che rimane invariato anche […]

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La depressione è una condizione clinica sempre più diffusa. Lo dicono le statistiche. Dai dati raccolti attraverso il censimento ISTAT del 2014 risulta che in Italia la depressione riguarda ben 2,6 milioni di individui, il 4,3% della popolazioneNelle donne la prevalenza di tale disturbo psicologico è il doppio rispetto a quella degli uomini, dato che rimane invariato anche prendendo in considerazione diverse fasce d’età.Statistiche-sulla-depressione

Un dato interessante emerge se si confrontano i dati relativi alla salute mentale rilevati nell’ultimo censimento con quelli del decennio precedente: l’indice di salute mentale è sceso di 1.6 punti, soprattutto rispetto ai maschi fino ai 34 anni e agli adulti tra i 45 e i 54 anni.

Se allarghiamo lo sguardo e prendiamo in considerazione la popolazione presente nell’Unione Europea, la situazione non cambia, in questo caso l’11% dei cittadini (circa 50 milioni di abitanti) ha sofferto almeno una volta nella vita di depressione. Non solo, come si può vedere dall’infografica, ogni anno una persona su 15 soffre di depressione maggiore e se includiamo disturbi d’ansia e altre forme depressive il numero di persone passa da 1 a 4 ogni 15 abitanti (Eda 2014)

Per approfondimenti leggete la Fonte ISTAT e il sito della World Health Organization.

 

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

 

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5 modi per aiutare una persona anziana con depressione https://www.maravesco.it/5-modi-aiutare-persona-con-anziana-depressione/ Thu, 10 Mar 2016 10:29:45 +0000 https://www.maravesco.it/?p=660 Come aiutare una persona anziana con depressione? La depressione è una condizione clinica che può riguardare tutte le età. Tuttavia, una fascia d’età che spesso viene trascurata quando si parla di depressione è quella degli anziani. Infatti, negli anziani i sintomi della depressione possono essere confusi con gli effetti di altre malattie in corso o […]

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Come aiutare una persona anziana con depressione? La depressione è una condizione clinica che può riguardare tutte le età. Tuttavia, una fascia d’età che spesso viene trascurata quando si parla di depressione è quella degli anziani.
Infatti, negli anziani i sintomi della depressione possono essere confusi con gli effetti di altre malattie in corso o dei farmaci di cui fanno uso. Inoltre, i sintomi tipici della depressione, come ad esempio la stanchezza, la mancanza di appetito, la perdita di interesse per le attività che prima venivano svolte volentieri, sono spesso considerati normali aspetti del processo di invecchiamento e non i sintomi di uno stato depressivo.

Uno dei motivi principali per cui la depressione non viene riconosciuta nelle persone anziane è che a volte questi ultimi tendono a rispondere alle domande che riguardano il loro stato d’animo con risposte del tipo: “Sto bene, solo non dormo molto. Starò bene non appena dormirò”, oppure: “Io non sono solo, mia cara. Non preoccuparti per me. Come stanno i bambini?”, ancora: “Sto bene, davvero. Solo non ho molta fame in questo momento. Penso di aver avuto un virus influenale, ma ora sto bene”.

Queste risposte rendono difficile capire a chi sta accanto all’anziano cosa gli sta accadendo realmente.

Se sei preoccupato per una persona anziana e pensi che il suo comportamento e il suo umore stiano compromettendo il suo stato di salute, ecco 5 consigli che ti potrebbero servire per aiutarla:

1. Anche se sei preoccupato, non sempre è bene arrabbiarsi o chiedere alla persona anziana di farsi aiutare. Infatti, forzare una persona a rivolgersi ad uno specialista può sortire l’effetto contrario. Diversamente, con molta calma e serenità prova a intavolare una conversazione in cui cerchi di capire se si è verificato qualche cambiamento importante nella vita della persona anziana oppure se qualche qualche cosa la preoccupa.

2. Quando parli con la persona anziana evita di utilizzare parole o espressioni come “depressione”, “non riesci a farcela” che potrebbero elicitare uno stato d’animo di paura e ottenere come risposta il rifiuto di parlare.

3. Quando parli con un anziano rassicuralo sul fatto che non lo giudichi per ciò che prova, al contrario vuoi prenderti cura di lui e sostenerlo nelle sue scelte.

4. Sostenere una persona anziana con depressione non vuol dire fare tutto al posto suo. Sostituirsi completamente all’anziano rafforza il suo sentirsi un peso inutile. E’ più efficace aiutare l’anziano a suddividere le attività quotidiane in compiti più piccoli, ma meno impegnativi e che possa portare avanti autonomamente.

5. A volte, le persona anziana è restia a recarsi dai medici per visite di controllo o specialistiche, ancor di più lo è se si trova in uno stato di depressione. In tali situazioni, può essere utile cercare di ottenere il suo permesso di prendere contatto con lo specialista e successivamente accompagnarla alle visite, divenendo così un punto di riferimento importante anche per aiutarla a ricordare le informazioni ricevute nei momenti più difficili.

Leggi l’articolo in lingua originale

Il mio pensiero

L’invecchiamento è un processo fisiologico che non comporta necessariamente la compromissione dello stato di salute fisica e mentale. Tuttavia, sappiamo che dopo i 65 anni aumentano le patologie croniche e invalidanti, fra le quali rientra anche la depressione. Gli studi in questo settore hanno messo in evidenza cause di natura biologica, legate a modificazioni biochimiche e strutturali del cervello, e psicosociale relative al fatto che in questa età della vita la persona si trova ad avere a che fare con il tema della perdita da più punti di vista: perdita della salute, perdita del ruolo lavorativo, perdita di persone care, perdita della sicurezza economica. La possibilità che i sentimenti di tristezza e le variazioni del tono dell’umore che ne conseguono si evolvano in uno stato depressivo dipende da diveri fattori fra i quali la personalità della persona anziana e il supporto di chi le sta attorno.
In questo articolo 5 validi consigli per aiutare una persona anziana depressa.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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23 cose da non dire ad una persona che soffre di depressione https://www.maravesco.it/23-cose-da-non-dire-ad-persona-soffre-depressione/ Wed, 09 Mar 2016 15:47:03 +0000 https://www.maravesco.it/?p=645 Come stare accanto a qualcuno che tutti i giorni lotta contro la depressione? Di fronte a questo disagio, può essere forte la tentazione di allontanarsi, perchè si teme di dire o fare la cosa sbagliata. Ecco allora che può essere d’aiuto conoscere ciò che spesso le persone con depressione si sentono dire da chi gli sta accanto […]

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Come stare accanto a qualcuno che tutti i giorni lotta contro la depressione? Di fronte a questo disagio, può essere forte la tentazione di allontanarsi, perchè si teme di dire o fare la cosa sbagliata. Ecco allora che può essere d’aiuto conoscere ciò che spesso le persone con depressione si sentono dire da chi gli sta accanto e che di solito non apportare loro alcun beneficio.

Ecco una lista di 23 frasi:

1. Ma mi sembri così felice!
2. Però hai una buona vita.
3. Hai provato… ?
4. Se esci e fai qualcosa ti sentirai meglio.
5. Perchè sei depresso?
6. Andiamo a fare un aperitivo e distrarrai la mente.
7. Non sempbri depresso!
8. Non ti preoccupare, sei forte e uscirai da questa situazione.
9. Non ti rendo felice?
10. Non sei preoccupato che ti stai trasformando in uno Zombie?
11. Ti sei fatto prescrivere i farmaci?
12. Cerca di non pensarci.
13. Guardati intorno, c’è chi sta peggio.
14. Ti capisco, anch’io a volte sono depresso.
15. Mi mancano le cose di una volta.
16. Forse dovresti pensare a fare attività fisica e a mangiare bene.
17. Sei stato troppo duro con te stesso.
18. Dovresti concentrarti sulle cose che ti fanno felice.
19. Ti rimetterai, tieni duro.
20. Sei ancora depresso? Pensavo stessi meglio.
21. Ognuno di noi ha dei giorni depressi.
22. La felicità è una scelta.
23. Puoi sconfiggere la depressione.

Dopo aver passato in rassegna una lista di frasi di uso comune, ma poco efficaci nella comunicazione, di seguito sono riportate alcune parole che vorrebbero sentirsi dire le persone che soffrono di depressione:

1. Sono qui per te.
2. Mi spiace che ti senta ferito.
3. Come posso aiutarti?
4. Non sei da solo ad affrontare la depresisone.
5. Posso solo immaginare quello che stai passando. Farò del mio meglio per capire di più.

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Il mio pensiero
Come essere d’aiuto ad una persona che soffre di depressione? Le parole sono importanti, spesso si tende a minimizzare la situazione, mettendo in atto tentativi di conforto che provocano nell’altro ancora di più rabbia e sconforto. Frasi come: “Su con la vita”, “Vedrai che passerà”, pur se dette con le migliori intenzioni, fanno sì che l’altro non si senta capito e lo rendono meno propenso a chiedere aiuto. Nell’articolo alcuni esempi di frasi che sono d’aiuto in queste situazioni.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta della Famiglia

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Osservare le relazioni familiari: il dipinto di Édgar Degas “Famiglia Bellelli” https://www.maravesco.it/osservare-le-relazioni-familiari-il-dipinto-di-edgar-degas-famiglia-bellelli/ Thu, 15 Oct 2015 11:45:57 +0000 https://www.maravesco.it/?p=101 ll soggetto “Famiglia” è presente in numerose opere artistiche, con caratteristiche differenti a seconda dell’epoca storica e delle vicissitudini personali in cui è vissuto l’artista. La sua raffigurazione può offrire alcuni spunti di riflessione sugli aspetti relazionali e affettivi che legano i membri di cui è composta. Tra le molte rappresentazioni figurative vi propongo un’opera di metà Ottocento, […]

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ll soggetto “Famiglia” è presente in numerose opere artistiche, con caratteristiche differenti a seconda dell’epoca storica e delle vicissitudini personali in cui è vissuto l’artista. La sua raffigurazione può offrire alcuni spunti di riflessione sugli aspetti relazionali e affettivi che legano i membri di cui è composta.

Tra le molte rappresentazioni figurative vi propongo un’opera di metà Ottocento, la Famiglia Bellelli (1858-1869) di Édgar Degas, nella quale il pittore francese ritrae un momento della storia della famiglia della zia paterna.

Come si può vedere nel dipinto sono raffigurate, oltre alla zia paterna, Laure Degas, il marito, barone napoletano Gennaro Bellelli, e le figlie Giulia (7 anni) e Giovanna (10 anni).

Nella raffigurazione Degas è attento a far balzare agli occhi dell’osservatore il clima emotivo di tensione familiare nel quale sono immersi i personaggi. Infatti, osservando i particolari delle rappresentazioni dei gesti, degli sguardi e del reciproco posizionamento dei familiari, è possibile cogliere importanti aspetti relazionali e affettivi.

Dipinto-famiglia-BellelliIl marito, Gennaro Bellelli, seduto su una poltrona, dà le spalle alla scena ed è rappresentato di profilo. L’uomo sembra distogliere l’attenzione dalle carte che si trovano sul tavolo adiacente per dirigerla verso la figlia minore, Giulia. Quest’ultima è posizionata al centro del dipinto: precariamente seduta sulla sedia con una gamba sollevata e l’altra appoggiata a terra e le braccia sui fianchi. La bambina mostra un atteggiamento giocoso e libero con lo sguardo diretto al cane riprodotto in parte vicino alla cornice del quadro in basso a destra.

La moglie, Laure Degas, è raffigurata in piedi e con aria severa, pur essendo rivolta verso il marito non lo guarda. Il clima di disarmonia tra i coniugi sembra essere rinforzato dal gesto della donna di attrarre a sé in modo possessivo le figlie, soprattutto la maggiore Giovanna sulla cui spalla posa una mano. Giovanna è l’unico personaggio del dipinto a guardare direttamente l’osservatore o il pittore. Anche l’altra figlia è ritratta più fisicamente vicina alla madre, pur essendo contemporaneamente e in qualche modo connessa al padre.

Le dimensioni considerevoli del dipinto (cm 200 x 250), unitamente al ricorso a prospettive aperte e all’uso moderato dei colori rispetto ai quali predominano il blu, il nero e il bianco, rimandano un clima di tensione e un vissuto di solitudine dei personaggi. Va precisato che Degas nel dipinto ritrasse un momento particolarmente delicato della vita dei parenti italiani. Infatti, lo zio Bellelli, impegnato sul fronte politico nella lotta per l’indipendenza dell’Italia, in quel periodo si trovava in esilio a Firenze. La sofferenza legata a questo evento ha avuto importanti ricadute sulla famiglia.

Inoltre, in quel periodo la famiglia era ancora in lutto per la morte avvenuta poco tempo prima di Hilaire Degas, il nonno del pittore e padre della baronessa Bellelli. Il ritratto del nonno è incorniciato alle spalle di Giulia. I vestiti a lutto dei personaggi femminili testimoniano la vicinanza temporale dell’evento.

L’opera si trova al Musée d’Orsay di Parigi.

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

 

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Come dormono le coppie in attesa di un figlio? https://www.maravesco.it/come-dormono-le-coppie-in-attesa-di-un-figlio/ Thu, 15 Oct 2015 11:31:13 +0000 https://www.maravesco.it/?p=92 Siamo in Russia, è l’alba, nella stanza una giovane coppia in dolce attesa sta dormendo mentre ai piedi del letto una fotografa intraprendente e dai movimenti leggeri e concentrati la immortala dall’alto di una scaletta. E’ così che prende forma “Waiting” il progetto di Jana Romanova che raccoglie 40 ritratti relativi ad altrettante coppie, ognuna […]

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Siamo in Russia, è l’alba, nella stanza una giovane coppia in dolce attesa sta dormendo mentre ai piedi del letto una fotografa intraprendente e dai movimenti leggeri e concentrati la immortala dall’alto di una scaletta.

E’ così che prende forma “Waiting” il progetto di Jana Romanova che raccoglie 40 ritratti relativi ad altrettante coppie, ognuna fotografata in una settimana diversa della gestazione. Ne risultano una serie di immagini di grande intimità e tenerezza che mettono ben in luce, in un momento di assoluta spontaneità, quale è il momento del riposo notturno, l’atteggiamento che i partners hanno nei confronti l’uno dell’altro e del bambino che la donna porta in grembo.

Il progetto è nato dall’esperienza della fotografa, testimone dell’importante e significativo cambiamento di vita di alcune coppie di amici, ossia il loro matrimonio e la gravidanza. Alle iniziali fotografie scattate a coppie di amici sono state poi aggiunte quelle di altre coppie contattate on-line.

Il lavoro della Romanova appare interessante non solo rispetto al tema della gravidanza, ma anche perchè testimonia il modo in cui le giovani coppie vivono nelle grandi città della Russia moderna, vent’anni dopo la caduta dell’Unione Sovietica.

Per saperne di più questo è il link di riferimento. Buona visione!

http://janaromanova.com/projects/waiting/#1

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Perchè i bambini finlandesi dormono nelle scatole di cartone? https://www.maravesco.it/perche-i-bambini-finlandesi-dormono-nelle-scatole-di-cartone/ Thu, 15 Oct 2015 08:05:37 +0000 https://www.maravesco.it/?p=83 Lo sapevi che i bambini finlandesi dormono nelle scatole di cartone? Ora ti spiego, seguimi. Ho trovato per voi questo articolo che racconta l’usanza dello Stato finlandese di regalare alle donne in attesa di un figlio una scatola di cartone contenente il necessario per il bambino. Interessante come, con una piccola spesa di 140 euro, […]

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Lo sapevi che i bambini finlandesi dormono nelle scatole di cartone? Ora ti spiego, seguimi.

Ho trovato per voi questo articolo che racconta l’usanza dello Stato finlandese di regalare alle donne in attesa di un figlio una scatola di cartone contenente il necessario per il bambino. Interessante come, con una piccola spesa di 140 euro, lo Stato finlandese si renda presente in maniera tangibile, concreta e utile, attraverso l’invio di un oggetto semplice, ma ricco sul piano simbolico e dei contenuti.

Tratto dall’articolo:

Il governo finlandese da settantacinque anni dona una scatola di cartone alle donne in attesa di un bambino. La scatola contiene il necessario per il bambino e può essere utilizzata come letto. Molti dicono che ha contribuito a far raggiungere alla Finlandia uno dei tassi di mortalità infantile più bassi del mondo.

La scatola di cartone in Finlandia è una tradizione che risale al 1930, è stata progettata per dare a tutti i bambini, non importa il loro ceto sociale, un uguale inizio nella vita.

In Finlandia la scatola di cartone è un simbolo, un simbolo dell’idea di uguaglianza, e dell’importanza dei bambini».

Per ulteriori approfondimenti leggete l’articolo

http://virtualblognews.altervista.org/perche-i-bambini-finlandesi-dormono-nelle-scatole-di-cartone/25815813/

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La conflittualità fraterna è costruttiva? https://www.maravesco.it/la-conflittualita-fraterna-e-costruttiva/ Wed, 14 Oct 2015 18:08:24 +0000 https://www.maravesco.it/?p=31 Recita un antico proverbio: “Fratelli coltelli, parenti serpenti“, a significare che spesso i più aspri e sofferenti conflitti si manifestano tra familiari, fratelli compresi. Ma quali fattori scatenano la conflittualità fraterna? E ancora, la conflittualità fraterna è costruttiva? Iniziamo col dire che lo psicoanalista Riviere definisce la relazione fraterna un vincolo, inteso come una profonda […]

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Recita un antico proverbio: “Fratelli coltelli, parenti serpenti“, a significare che spesso i più aspri e sofferenti conflitti si manifestano tra familiari, fratelli compresi. Ma quali fattori scatenano la conflittualità fraterna? E ancora, la conflittualità fraterna è costruttiva?

Iniziamo col dire che lo psicoanalista Riviere definisce la relazione fraterna un vincolo, inteso come una profonda unione che lega gli individui nel tempo, ben oltre la loro stessa vita, nel corso delle generazioni. Infatti, si tratta di una relazione che negli anni può andare incontro a trasformazioni e mutamenti, più o meno importanti, ma che non può mai essere cancellata del tutto.

Sappiamo che le forme della relazione fraterna nell’infanzia possono assumere diverse coloriture e tonalità. Ma che siano complici e inseparabili, litigiosi e bisbetici o dispettosi e giocosi, rimane il fatto che i fratelli rappresentano gli uni per gli altri un’occasione unica di crescita. Dunque, anche quando il rapporto non è sereno e tranquillo, ma caratterizzato da momenti di accesa conflittualità, rappresenta una chance per imparare a conoscersi e a gestire i diverbi. In tal senso, possiamo pensare al rapporto tra fratelli come ad una vera e propria “palestra sociale”, un prezioso spazio relazionale che permette di mettersi alla prova, confrontarsi e rispecchiarsi nel contesto protetto della relazione con il proprio fratello/sorella.

Questo discorso vale ancor di più per il secondogenito rispetto al quale il primogenito rappresenta spesso la prima significativa interazione tra pari, dunque un’occasione unica di socializzazione. Accade così che, a poco a poco, i fratelli imparano a interagire fra di loro, osservandosi, prendendosi le misure e ad affermare la propria individualità, assumendo delle posizioni che implicano inevitabilmente il dover tenere in considerazione punti di vista ed esigenze reciproche.

Una certa dose di conflittualità è dunque attesa e rientra nel percorso di crescita del rapporto fraterno. In tal senso, la conflittualità fraterna non è sempre distruttiva: gli studiosi definiscono “concorrenza costruttiva”, quella forma di conflittualità nella quale gli aspetti ludici primeggiano sul desiderio di prevaricare e di imporsi sull’altro.

Ma quali sono i fattori che più frequentemente scatenano la rivalità fraterna? Vediamone alcuni:

– la percezione di una differenza di trattamento e/o di distribuzione affettiva tra fratelli può scatenare un atteggiamento di rivalità fraterna nel figlio che si sente trascurato;

– la differenza d’età: minore è la differenza d’età e tanto più la relazione sarà conflittuale;

fratelli di sesso diverso a volte tendono a litigare più frequentemente. Tale diversità, è infatti accompagnata  da ruoli, interessi, aspettative e vissuti distinti che possono incidere sull’andamento della relazione;

la presenza di una conflittualità genitoriale che trasmette implicitamente ai figli un modello relazionale basato sulla competizione, l’affermazione di sè stessi, anzichè sul sentimento di complicità e sull’accettazione delle proprie fragilità.

I momenti di conflittualità fraterna attirano spesso l’attenzione dei genitori che tendono a intervenire per sedare le controversie tra i figli. E’ bene sottolineare l’importanza che riveste l’osservazione attenta di ciò che sta accadendo nell’interazione tra i figli, per sviluppare quella sensibilità che permette di capire quando un intervento esterno risulta disadattivo in quanto non consente ai figli di imparare a regolarsi da soli, a gestire gli impulsi aggressivi e le relazioni conflittuali.

Al di là dei conflitti che possono insorgere quando i fratelli sono già grandicelli, è importante sottolineare che il legame di attaccamento tra fratelli si costruisce a poco a poco. La nascita di un fratellino o di una sorellina rappresenta un importante cambiamento nella vita del primogenito che necessita di tempo per essere metabolizzata e accettata. Il primogenito si trova così a dover gestire i sentimenti di ambivalenza verso il nuovo arrivato e può accadere che il bambino manifesti il suo disagio con reazioni di pianto e di gelosia accompagnate da un’eccessiva ricerca di vicinanza genitoriale. In questi casi un atteggiamento attento e comprensivo da parte dei genitori, unitamente a un comportamento che tende a far sentire l’unicità del rapporto con il figlio, può essere d’aiuto per superare il momento di impasse.

Anche il secondogenito prova vissuti di gelosia e invidia nei confronti del fratello maggiore, verso il quale sviluppa la prima forma di attaccamento a partire dai sette/otto mesi testimoniata dal fatto che comincerà ad imitarlo.

Per concludere, accettare l’inevitabile conflittualità fraterna, individuarne il valore funzionale, darle un significato, traducendo in parole i vissuti emotivi che la contraddistinguono, può essere di grande aiuto per i fratelli che hanno così l’occasione di imparare qualcosa di più su sè stessi, sull’altro e sulla relazione fraterna.

Letture consigliate:

Capodieci, S. (2003). Fratelli & Sorelle. Caino e Abele o Hansel e Gretel? Milano: San Paolo Edizioni.

Dunn, J. (1984). Sorelle e fratelli. Roma: Armando Editore.

Furnam, W. & Buhrmester, D. (1985). Children’s Perceptions of the Qualities of Sibling Relationships. Child Development, 56, 448-461.

Monteiro Fernandes, O. (2005). Essere figlio unico – Essere fratello. Le relazioni tra fratelli nelle famiglie di oggi. Roma: Koinè.

Petri, H. (2004). Fratelli: amore e rivalità. La relazione più lunga della nostra vita. Roma: Koinè.

 

Dott.ssa Mara Vesco – Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale

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