Curare la depressione: è possibile riacquistare la voglia di fare?

E’ possibile curare la depressione?

In questo articolo mi concentrerò su un aspetto emblematico della condizione di sofferenza depressiva: l’inibizione, l’incapacità di agire, l’annullamento della progettualità.

COSA VUOL DIRE SENTIRSI INCAPACI DI AGIRE?

Proverò ad addentrarmi in questo argomento, raccontando la storia di Bartleby lo scrivano, tratta da un racconto di Herman Melville.

Un avvocato di Wall Street un giorno decise di pubblicare un’inserzione per la ricerca e l’assunzione di un copista. Ecco come andò:

In risposta ad un’inserzione un immobile giovanotto comparve un bel mattino sulla soglia del mio ufficio, essendo la porta aperta perché s’era d’estate. Rivedo ancora quella figura, scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta! Era Bartleby.

L’avvocato, che è anche il narratore del racconto, descrive Bartleby come un uomo solo, senza casa e senza amici.

A poco a poco dal racconto emerge l’atteggiamento distaccato di Bartleby sia nei confronti dell’avvocato e dei colleghi dell’ufficio sia nei confronti della propria vita: non aveva passatempi; non parlava mai, se non interpellato per rispondere; non usciva con i colleghi a pranzo, ma trascorreva gran parte della pausa lavorativa fissando il muro fuori dalla finestra del suo ufficio:

per lunghi periodi restava all’impiedi dinanzi alla sua pallida finestra oltre il paravento, guardando là fuori quel cieco muro di mattoni.

L’incapacità di agire di Bartleby è racchiusa in una frase che utilizzava per sottrarsi in modo educato alle richieste lavorative non inerenti il ruolo di copista per il quale era stato assunto:

“PREFERIREI DI NO”

Ben presto questa espressione finì con il diventare l’unica modalità attraverso la quale Bartleby e l’avvocato si parlavano.

Vi lascio immaginare lo sbalordimento dell’avvocato di fronte a questa risposta, tanto che inizialmente il legale pensò che l’impiegato non avesse ben capito cosa gli veniva chiesto di fare.

Così l’avvocato chiese allo stravagante impiegato di portare a termine altre incombenze lavorative, ma nulla, in cambio ottenne sempre il solito rifiuto:

“PREFERIREI DI NO”

“PREFERIREI DI NO”

“PREFERIREI DI NO”

Il legale si sarà arrabbiato, penserete voi.

Niente affatto.

Può sembrare assurdo ma l’avvocato se da una parte sentiva l’ansia e l’agitazione crescere in lui, dall’altra non riusciva a prendersela con Bartleby. Ecco perchè:

Lo guardai impietrito. Il suo volto era smunto e composto, gli occhi grigi, tranquilli e velati. Non un segno di turbamento lo animava. Fossevi stata, nei suoi modi, la minima traccia d’inquietudine, collera, impazienza o impertinenza; in altre parole, fossevi stato in lui alcun tratto d’ordinaria umanità, senza meno l’avrei cacciato di forza nei miei uffici. (…) Rimasi a scrutarlo per qualche attimo, mentre egli continuava a scrivere, indi tornai a sedermi al mio scrittoio.

Probabilmente oggi Bartleby verrebbe considerato come una persona depressa. Il viso pallido, l’atteggiamento indifferente, il chiudersi in sé stesso, ben descrivono l’esperienza di estraneità e di distacco che vive la persona con depressione.

Bartleby appariva apatico e privo di iniziativa, privo di qualsiasi ambizione.

Il mio esame attento mi permise di concludere che, da tempo indeterminato, Bartleby doveva mangiare, vestirsi e dormire nel mio ufficio, senza un piatto, uno specchio, un letto. Il sedile imbottito di un vecchio e traballante sofà in un angolo recava la lieve impronta di una magra forma distesa. Arrotolata sotto la sua scrivania trovai una coperta, dietro la grata del camino vuoto una scatola di lucido e una spazzola, su una sedia una bacinella di rame con del sapone e un asciugamano a brandelli, in un giornale delle briciole di biscotti allo zenzero e una crosta di formaggio.

Vi ho raccontato questa storia, al limite dell’assurdo, perché Bartleby lo scrivano, a mio modo di vedere, ben rappresenta colui che, privo di motivazione, si sente incapace di agire.

E ALLORA COSA FARE?

Chi soffre di depressione, come lo scrivano del nostro racconto, ha la sensazione di non riuscire più a fare nulla, come se, in termini di energia, qualsiasi azione gli costasse davvero troppo. Quando manca la motivazione non si agisce e di conseguenza il senso di impotenza aumenta. L’umore finisce ancora più in basso, ci si isola dal mondo, immersi nei propri pensieri e nell’autocritica, nell’attesa che la motivazione ritorni.

La domanda su cui può essere utile fermarsi a riflettere è:

Per fare qualcosa è sempre necessario averne voglia?

Se da una parte è vero che per agire bisogna sentirsi motivati, dall’altra è altrettanto vero che è il nostro comportamento a creare la motivazione e ad alimentarla.

Essere disponibili, anziché essere motivati, a fare qualche cosa che fino a ieri ci faceva sentire bene, può essere il primo passo per curare la depressione, uscire dal cortocircuito della depressione.

Più pensiamo, diciamo e crediamo di non essere capaci di fare niente, più alimentiamo il nostro senso di impotenza e ci allontaniamo dalla possibilità di trasformare il disagio in qualcosa di costruttivo, illuminandolo di senso.

Letture consigliate:

Leahy, R. L. (2012). Come sconfiggere la depressione. Un percorso di auto-aiuto. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Melville, H. (1991). Bartleby lo scrivano. Milano: Giangiacomo Feltrinelli Editore.

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Mara Vesco

Sono una psicologa, mi appassionano le storie e le emozioni che accompagnano ogni vita, rendono unico ogni essere umano e il suo contesto familiare. Credo nel cambiamento e nell'importanza della comunicazione come strumento per migliorare la relazione con noi stessi e con gli altri. Lavoro da anni con le famiglie, in particolare mi occupo di disabilità visiva e di genitorialità. Seguimi su Google+